Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

Cosa fare e non fare per sostenere la dinamica dell’utero

E’ importante tenere presente tre elementi positivi:

  1. cibo
  2. acqua
  3. pipì

Mangiare e bere evita disidratazione e debolezza durante il travaglio.

Recarsi in bagno a intervalli regolari evita che la vescica diventi così gonfia da necessitare dell’inserimento di un catetere e favorisce una reazione condizionata che porta al rilassamento della muscolatura pelvica: in fase dilatatoria è utile per la pressione sulla cervice, in fase espulsiva è utile per la discesa del bambino.

Anche la musica può essere un valido aiuto per affrontare il travaglio. Particolarmente indicato è Mozart, che propone un genere di sonorità strumentale molto vicina ai ritmi vitali dell’organismo. Addirittura, alcuni studi condotti dall’Università di Madison, nel Wisconsin (USA), hanno dimostrato che la produzione di latte nelle mucche che ascoltano musica sinfonica aumenta.

Due elementi negativi invece sono:

  1. assenza di movimento
  2. paura

L’assenza di movimento è negativa perché il movimento aiuta la dilatazione della cervice e serve per tenere il bambino nella posizione più vantaggiosa per il passaggio attraverso il bacino; l’atto del partorire, infatti, è un armonico confronto tra il diametro della testa fetale e il diametro del bacino, per cui il bambino deve ruotare per incontrare il diametro più favorevole.

Muoversi comporta cambiare spesso posizione; le posizioni comuni per il travaglio sono: sedersi, inginocchiarsi, stare in piedi, accovacciarsi, mettersi a quattro zampe. I vantaggi di queste posizioni sono che si è aiutate dalla forza di gravità, il feto non comprime i vasi sanguigni della madre, il bambino è meglio allineato, le contrazioni sono più forti e il diametro pelvico è incrementato. La posizione supina è figlia di pressioni culturali che hanno portato a credere che sia “più dignitosa”.

Se vogliamo farci un’idea di quale sia la posizione naturale, dobbiamo osservare le donne che agiscono guidate dall’istinto, non dal pudore; ed è solo tra le popolazioni selvagge che, ai giorni nostri, lo possiamo trovare. In questa funzione prettamente animale l’istinto guida guida la donna più correttamente rispetto agli svariati costumi del tempo. (George Engelmann, Labor among Primitive People)

La paura è negativa perché produce adrenalina, che vince sull’ossitocina rischiando di allungare o addirittura bloccare il travaglio.

Per partorire “bene”, infatti, la donna (ma anche gli altri mammiferi femminili) rilascia un cocktail di ormoni quali l’ossitocina, le endorfine e la prolattina, cosiddetti “timidi” perché vengono prodotti dal cervello primitivo (che governa l’istinto) in situazioni di calore, buio, silenzio, rilassamento.

L’ossitocina serve a produrre la contrazione e, come una reazione a catena, il dolore delle contrazioni, insieme al contatto meccanico della testa del bambino sugli organi genitali, produce ulteriormente ossitocina. Questo ormone viene rilasciato non solo come risposta a uno stimolo doloroso, ma anche in reazione al contatto affettuoso e sensuale: i massaggi, la stimolazione dei capezzoli, la voce della persona amata, pensare al bambino che nasce possono aiutare durante il travaglio.

La natura ha pensato anche a un meccanismo di compensazione del dolore grazie alla produzione di endorfine, oppiacei naturali efficaci all’istante e senza alcuna controindicazione: ecco perché una buona risata costituisce una delle migliori forme di analgesia.

Attivare invece la parte più giovane, razionale e “pensante” del cervello (ovvero la neocorteccia) può interferire con il processo del parto, inibendo l’azione di rilascio degli ormoni; per questo è importante che chi è presente eviti di porre domande che richiedono di pensare, far sentire la donna impacciata, esporla a luci abbaglianti o trascurare la sua privacy.

Se la donna prova paura, ansia, spavento, rabbia, aumenta il livello di adrenalina nel sangue. L’adrenalina è l’ormone di attività, mobilità e vigilanza; alti livelli rendono forti e rapidi, cosicché si possa sia combattere che fuggire: se nella fase finale del parto può aiutare ad accelerare, durante il travaglio fa da freno. Questo è uno dei modi in cui i mammiferi hanno costituito il loro “programma di protezione”  durante il vulnerabile processo del parto. Gli animali selvatici in travaglio, quali ad esempio le gazzelle, possono trovarsi sul punto di partorire e improvvisamente bloccare tutto in caso vengano sorpresi da un predatore. Questi stessi comportamenti evolutivi si attuano nella donna: ecco perché è così importante scegliere con cura dove partorire e quando andare in ospedale. Il motivo per cui se non si è ancora in travaglio attivo si viene rimandati a casa è che è bene fare il grosso del lavoro in un ambiente intimo, con il proprio compagno o con persone con cui ci si sente a proprio agio.

Per affrontare il travaglio, Leonardo aveva fatto scorta di cibi energetici ma non pesanti (schiacciatine, sfogliatine, biscotti, acqua, tè,…); a dire il vero quella scorta era in casa già da qualche settimana e aveva richiesto di essere rimpolpata dal momento che io l’avevo intaccata ben prima dell’inizio del travaglio. Una volta avviata la fase prodromica, oltre a mangiare, mi preoccupai di rimanere in movimento facendo esattamente quello che avrei fatto se fossi stata bene, ovvero pulire casa (così come mia madre mi racconta di aver fatto prima che nascessi io); eravamo un po’ preoccupati perché eravamo nel mezzo di una ristrutturazione e speravamo che la cucina nuova arrivasse prima di Edoardo, ma non fu così. Mi truccai e vestii, tenendomi pronta per l’ospedale, ma non me la sentii di uscire per le altre commissioni, per cui chiedemmo a Carla, la mamma di Leonardo, di andare al negozio dove avevamo aperto la lista nascita per prendere le cose che ci sembravano fondamentali e che ancora non ci avevano regalato: il trio e le lenzuola. Pensavo di fare tutto il necessario per sostenere la dinamica dell’utero e far procedere il travaglio nel migliore dei modi e quando arrivai in ospedale non mi sentii a disagio. Avevamo una camera tutta per noi e le ostetriche erano molto gentili; ogni due ore circa entravano in camera per verificare come stessi, ma purtroppo la risposta era sempre la stessa: “fin troppo bene”. Non so spiegarmi che cosa scattò in me, probabilmente il cambiamento d’ambiente fece aumentare il livello di adrenalina, ma successe quello che i manuali riportano come situazione non infrequente: molte donne, a travaglio cominciato, si ritrovano a non essere più in travaglio una volta che arrivano in ospedale.

[continua]


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