Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

L’induzione

In alcuni casi, tipicamente quando la gravidanza va oltre il termine o vi sono patologie/rischi che richiedono di intervenire prima del termine, il ginecologo può decidere di utilizzare alcune tecniche in grado di provocare una trasformazione del collo dell’utero e stimolare le contrazioni necessarie. L’induzione può avvenire in vari modi:

  • Gel a base di prostaglandine 
    E’ utilizzato se il collo dell’utero è non permissivo; una volta applicato, non se ne può modulare l’attività.
  • Fettucce
    Simili a un assorbente interno, contengono un materiale che libera, a poco a poco, piccole dosi di prostaglandine; il rilascio graduale del medicinale consente un avvio più soft delle contrazioni, con l’ulteriore vantaggio che la benderella si può togliere e reinserire in qualunque momento a seconda di come evolve la situazione.

Le prostaglandine sono sostanze che agiscono come emollienti della cervice e della parte bassa dell’utero e sono naturalmente contenute nello sperma; ecco perché nelle ultime settimane di gestazione (a partire dalla 37a) si consiglia di avere rapporti sessuali: le prostaglandine introdotte naturalmente, infatti, non hanno effetti collaterali, mentre l’introduzione tramite gel o fettucce deve essere monitorato.

  • Scollamento delle membrane
    Si tratta dello scollamento meccanico, senza rottura, del sacco amniotico dalla superficie interna del collo dell’utero e viene effettuato manualmente dal ginecologo; è una pratica breve ma dolorosa e può determinare perdite ematiche; in alcuni casi è utile per sollecitare le contrazioni se il travaglio si è avviato ma procede un po’ a rilento.
  • Rottura delle acque
    Questo metodo da solo è in grado di indurre il travaglio nel giro di 24 ore nel 70-80% delle donne; è soggetto a un limite di tempo entro il quale il travaglio deve partire e si deve concludere, a causa dei rischi di infezione.
  • Ossitocina
    Viene adoperata nel caso in cui il collo dell’utero si è già ammorbidito e raccorciato, ma la dilatazione non procede e quindi il travaglio non si avvia; l’ossitocina, somministrata per via endovenosa tramite flebo, fa aumentare le contrazioni, accelerando in tal modo i tempi della dilatazione (e rendendo il travaglio più doloroso).

Nel caso in cui, nonostante l’utilizzo di queste tecniche, il travaglio non parte come dovrebbe, si può ricorrere al taglio cesareo.

La mattina di venerdì 3 marzo, l’ostetrica di turno, dopo aver constatato che il travaglio non procedeva (io continuavo a stare bene e le contrazioni si erano diradate) mi disse che il mio ginecologo stava per arrivare e mi avrebbe visitata per valutare come procedere. Durante la visita, dopo avermi confermato – come pensavo – che il sacco amniotico era integro, fece l’operazione che più temevo perché mi aveva impressionato durante il corso (che comunque è stato fondamentale per capire cosa stesse succedendo): lo scollamento delle membrane. Fu breve ma dolorosissimo e improvviso, perché non ero stata avvisata: semplicemente mi era stato detto che avrei ricevuto “un aiutino”. Vedendo la mia espressione, Leonardo si stupì di come in quel momento avessi resistito dall’aggredire il dottore. Aggiornai l’ostetrica del corso di accompagnamento alla nascita e mi suggerì di tornare a casa; col senno di poi, penso che sarebbe stata la cosa migliore e ho il sospetto che al dottore non dispiacesse l’idea di portare a termine il proprio compito in un comodo venerdì mattina di turno, liberandosi dalla reperibilità del weekend e delle successive settimane. Non volevo l’induzione, ma non ebbi la voglia e la forza di mettere in discussione le decisioni di chi si stava prendendo cura di me. Il dottore mi spedì in sala parto, dove conobbi l’ostetrica che mi avrebbe seguita. Nonostante l’aver scelto di partorire in regime di libera professione mi permettesse di ingaggiare un’ostetrica a me dedicata, infatti, erano ben poche coloro che davano la disponibilità a lavorare intramoenia e, dopo un confronto non piacevole con una di queste, avevo deciso di affidarmi al caso, piuttosto che avere la certezza di essere assistita da una persona con cui non mi trovavo bene. Fu una buona scelta, perché la mia si dimostrò esperta e confortante, ed ebbi comunque il privilegio di averla sempre con me in sala parto nonostante i cambi turno. Su indicazioni del ginecologo, mi ruppe con l’uncino il sacco amniotico, non senza avermi prima spiegato cosa stava per fare; fortunatamente sapevo, dal corso, che “uncino” è una brutta parola data (da medici uomini) a un’operazione del tutto indolore e anzi piacevole per la sensazione di calore che emana. In aggiunta a tutto ciò, per fare aumentare le contrazioni e accelerare il travaglio, mi fu attaccata la flebo per la somministrazione di ossitocina. 

Oggigiorno è naturalmente possibile farlo ripartire [il travaglio] attraverso ossitocina sintetica via endovena. Questo può essere utile quando è strettamente necessario, ma i farmaci dati endovena per portare avanti il travaglio le impediscono di muoversi liberamente e le causano contrazioni più dolorose. Il cambiamento di posizione, il camminare, l’essere nutrite e il potere stare in piedi durante il travaglio sono cose fondamentali per la capacità di partorire con le proprie forze. E non vi è medicinale somministrato durante il travaglio o il parto che non abbia qualche controindicazione. 
[…]
L’uso dell’ossitocina raddoppia le probabilità di nascita in condizioni critiche in quanto contrazioni troppo forti possono interferire con il flusso di sangue ricco di ossigeno che la madre passa al bambino. Un altro pericolo dell’induzione con ossitocina è un aumento dell’incidenza di emorragie post partum.
(Ina May Gaskin, La gioia del parto)


Chi portare in sala parto

La scelta della persona che ci assista in sala parto, oltre al personale medico, è molto importante; non può essere più di una (a meno che non ci si dia il cambio), almeno nell’ospedale di Novara. È molto importante perché è stato osservato che, se la persona è quella giusta, aumentano le probabilità di parto fisiologico. È stato anche osservato che, se si sceglie di avere accanto il partner, è più probabile che questi inizi prima ad accudire il bambino. Ma non è detto che il partner sia la persona giusta da portare in sala parto; per capirlo, la donna deve domandarsi se:

  • possa essere di sostegno in quel momento
  • sia in grado di lasciarsi totalmente andare in sua presenza
  • le sue caratteristiche personali lo rendano adatto: se per la donna, infatti, è “scritto”, non è detto che l’uomo sia in grado di affrontare in prima persona l’esperienza del parto.

Va anche considerato che l’uomo vede in quel momento l’oggetto del proprio desiderio sessuale trasformato nei modi e nel fisico: non è escluso che vi sia un calo del desiderio sessuale. Se si sceglie di avere accanto il partner e il partner è “conducente”, è stata osservata una minore presenza e necessità di intervento dell’ostetrica.

Non sono in grado di enumerare quante volte ho osservato donne provare questo stato di rilassamento dello sfintere cervicale in correlazione con parole positive e gentili dette durante la fase più intensa del travaglio. […] Fiducia e amore rendono possibile il rilassamento. (Ina May Gaskin, La gioia del parto)

Durante la seconda lezione del corso di accompagnamento alla nascita, l’ostetrica ci aveva fatto visitare una delle quattro sale parto dell’ospedale di Novara, affinché prendessimo un po’ di familiarità e varcassimo anche simbolicamente quella porta che rendeva il parto prossimo alla concretezza. Io entrai nella sala numero 2, intorno alle ore 10. Sapevo che ogni sala era dotata di un lettino reclinabile, qualche attrezzo (sbarra, sgabello) per le diverse posizioni e alcuni strumenti (ventosa, forcipe, uncino) a uso delle ostetriche; nel complesso, un allestimento semplice, diverso delle sale operatorie, perché partorire è un’azione naturale. Quel giorno non notai nulla di tutto ciò. Mi fecero sdraiare sul lettino, con l’accortezza di abbassare le tapparelle per tenere la luce al minimo, e Leonardo inserì nello stereo il CD di Mozart, che piacque molto all’ostetrica. Non mi passò mai per la testa di far entrare in sala parto una persona diversa da Leonardo. Sia per il rapporto che avevamo costruito (è la persona con cui più di tutti mi sento libera di esprimermi), sia per il rapporto che sarebbe nato con il bambino (che infatti è stato fin da subito fortissimo). Non ero tuttavia sicura che ne sarebbe uscito indenne, temevo svenisse… e invece è stato fantastico. Sia per la praticità (ha assistito l’ostetrica come se facesse parte dello staff), sia per la discrezione (ha continuato a stringermi la mano senza fare domande cretine tipo “come stai?”), sia per la positività (avevo accanto un uomo che non appesantiva con l’ansia il mio dolore, ma viveva con rispettosa gioia il miracolo della vita). E non ha avuto un calo del desiderio sessuale… nonostante abbia visto proprio tutto.

[continua]


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