Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

La fase dilatante

La fase dilatante è quella in cui, sotto lo stimolo delle contrazioni, il collo dell’utero si apre progressivamente fino a raggiungere la dilatazione completa, pari a 10 cm. Intanto, la testa del bambino comincia a scendere lungo il canale del parto.

In fase dilatante è importante che venga praticata una respirazione addominale profonda, perché dà ossigeno al bambino, diminuisce il dolore e scandisce i movimenti. Bisogna evitare i ragionamenti, perché il cervello consuma l’ossigeno che serve all’utero; occorre sfruttare le pause per recuperare energia e pensare a cose belle.

Nella curva di un parto “normale”, dopo i 2-3 cm di dilatazione c’è un’impennata. Intorno ai 7 cm, è la tipica fase in cui la donna pensa “sto morendo”: il travaglio subisce una naturale battuta di arresto (prima fase di transizione) che permette l’adattamento del corpo e della psiche prima della dilatazione completa. Ancora una volta, predomina la funzione protettiva: se la madre non percepisce una situazione calma e sicura, la fase latente si prolunga al fine di salvaguardare lei e la prole in una situazione di grande vulnerabilità. La seconda fase del periodo dilatante, che porta la dilatazione dai 7 cm al completamento, è relativamente veloce. Tutto questo processo ha portato all’apertura completa del grembo materno e alla contemporanea discesa della testa fetale. Si ha ancora una pausa (seconda fase di transizione), che precede il momento in cui la donna avvertirà il premito, ovvero la pulsione irresistibile di spingere fuori il bambino.

In questa fase, l’adrenalina, invece che bloccare, velocizza.

Appena entrata in sala parto, provai angoscia per le urla della partoriente nella stanza accanto. “Pensa che ha chiesto l’epidurale” fu la battuta dell’ostetrica, la quale intendeva mostrarmi come non sempre si realizzano le aspettative delle donne che con l’analgesia pensano di essere immuni al dolore, e che invece suscitò in me il pensiero che nel mio caso sarebbe stato pure peggio. Fino ad allora avevo reagito bene alle contrazioni, per cui ottimisticamente credevo che avrei solo dovuto continuare così nel sopportare il dolore del travaglio e poi essere forte nello spingere. In realtà il travaglio vero doveva ancora incominciare e con l’ossitocina le “onde” si fecero presto violente. Nessuno mi raccontava né io mi resi conto del ritmo con cui progrediva la dilatazione. Io non avevo alcuna percezione del tempo, a posteriori so che – delle cinque ore trascorse in sala parto prima della nascita – circa quattro furono necessarie ad aprirmi completamente. Ho ricordi positivi della respirazione profonda che riuscii a mantenere, grazie anche a qualche incontro di meditazione fatto con Roberto, il papà di Leonardo. Per quasi tutto il tempo tenni gli occhi chiusi o semi, raccolta in me stessa e concentrata pur senza ragionare: una sorta di “abbandono consapevole”. Fui felice di questo tipo di gestione, perché l’ostetrica mi aveva detto che gli ingegneri rischiano di partorire male in quanto troppo razionali. Fui felice anche di riuscire a fare fino alla fine pensieri positivi: non mi passò mai per la testa un “chi me l’ha fatto fare?” o “tagliatemi perché non ce la faccio più!”; mi risuonavano chiare in mente le parole udite al corso: noi non soffriamo a causa del nostro bambino, ma lui è impegnato almeno quanto noi nel portare a termine il lavoro, per cui dobbiamo fare squadra. Fui felice, infine, di non aver chiesto l’epidurale, di aver vissuto a pieno il momento presente senza interferire con i tempi di discesa del bambino. Leonardo, all’occorrenza, mi stringeva la mano, mi dava dell’acqua o mi liberava il viso dai capelli; ricordo di averlo trattenuto in sala quando qualcuno da fuori entrò per avere notizie da portare a mia madre in sala d’attesa. L’ostetrica mi invitava a vocalizzare e suggeriva diverse posizioni per favorire la transizione: ogni tanto accovacciata, ogni tanto di fianco; gli spostamenti erano difficoltosi per tutto ciò che mi era stato attaccato per il monitoraggio e la somministrazione di ossitocina. Ricordo un particolare momento in cui mi venne chiesto di sollevarmi ma ebbi bisogno di stare qualche secondo accovacciata per riprendere le forze; in un’occasione in cui ero in piedi per favorire la discesa con la forza di gravità credo di aver fatto anche la pipì. Era confortante sentire l’ostetrica che mi diceva “stai andando bene” quando, piagnucolante, manifestavo la mia stanchezza; mi dava fastidio invece se la sentivo chiacchierare con una OSS o con il medico che ogni tanto entrava, era come se il processo non potesse andare avanti se anche lei non si concentrava con me. Quel processo mi sembrava interminabile e non vedevo l’ora che arrivasse la parte delle spinte.

Una bocca rilassata significa una cervice più elastica. Le donne le cui bocche sono rilassate e aperte durante il travaglio e il parto raramente hanno bisogno di punti. Fin tanto che non spingeranno fuori il bambino troppo velocemente, sarà meno probabile che si lacerino o debbano essere tagliate. […] Questo effetto viene rafforzato se sei emette anche un suono al movimento dell’espirazione. Il suono dovrà essere sufficientemente basso da far vibrare la cassa toracica. […] Cantare porta al massimo la capacità di apertura degli sfinteri. (Ina May Gaskin, La gioia del parto)

[continua]


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