Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

La fase espulsiva

La fase espulsiva ha una durata più breve del periodo dilatante e per molte donne è la fase migliore: hanno qualche difficoltà in questa fase le donne che sanno che avranno nostalgia della pancia o che non partoriranno più.

La fase espulsiva è caratterizzata dal premito, ovvero dal desiderio di spingere (esattamente come quando scappa la cacca!), specularmente alla contrazione, fino a quando il bimbo non affiora dalla vulva.Ci sono due modi per gestire questa fase:

  • l’ostetricia tradizionale è per la spinta guidata, per le mamme che hanno bisogno di sapere che stanno facendo la cosa giusta;
  • l’ostetricia contemporanea lascia alla donna capire da sola come e quando spingere.

Durante la fase espulsiva, è importante tenere posizioni e movimenti di apertura, e il coccige libero; è importante altresì avere forza e determinazione: se si rilasciano tante endorfine, queste passano dalla mamma al bambino a ulteriore protezione (il bambino infatti deve essere tonico).

L’irradiazione del dolore è diversa a seconda della posizione del bambino.

La spinta deve avvenire guardando la pancia (e non in alto) e trattenendo l’aria (altrimenti si spinge di gola).

Il movimento è caratterizzato da un “vai e vieni” (ovvero la testa scende durante la contrazione per poi risalire di qualche centimetro nelle pause), che ha la funzione di preservare i tessuti materni, i quali si strapperebbero se fossero tesi in un colpo solo. Questo movimento ondulatorio consente invece alla vagina e alle grandi labbra di stirarsi gradualmente riducendo il trauma al minimo. La testa così affiora diverse volte per poi tornare indietro.

Quando si arriva al massimo diametro, si prova un forte bruciore: è il cosiddetto “cerchio di fuoco”, che serve proprio a rallentare per evitare di lacerare i genitali. Se fino a quel momento si è amato un bambino “immaginario”, il cerchio di fuoco è anche un segno fisico del bambino che diventa reale.

A questo punto la testa sguscia da sola verso l’esterno.

Non si tira fuori il bambino perché le spalle non sono in posizione favorevole: va ruotato, ed è lui stesso che indica da che parte; l’ostetrica lo gira e sfila.

Quando l’ostetrica mi disse di sdraiarmi sul lettino in posizione ginecologica, fui felice; non perché fossi più comoda, ma perché mi aveva anticipato che, avendo fatto noi la scelta di raccogliere e conservare le cellule staminali, era necessario trovarci in quella posizione al momento della nascita, per cui sapevo che stava arrivando la fase espulsiva. Mi chiese se sentivo la voglia di spingere e, monitorando le mie contrazioni, mi indicava quando. Mi ero fatta l’idea di essere una di quelle donne che ha bisogno di indicazioni precise, invece a posteriori mi rendo conto che ciò che veramente mi serve è la rassicurazione, non la guida. Spinsi infatti anche quando non sentivo il premito né la contrazione, più forte che potevo perché sapevo di essere fisicamente allenata e pensavo di aiutare così il mio bambino; in realtà ho letto di recente che spingere troppo forte e troppo presto è peggio, perché affatica eccessivamente la mamma e il bambino, è meno efficace e aumenta il rischio di lacerazioni. Le spinte fisiologiche, invece, assecondano semplicemente le pulsioni dell’utero che possono essere più d’una all’interno della stessa contrazione, accompagnando l’uscita nella maniera più dolce, con un minor rischio di lacerazioni. Durante le spinte, emettevo suoni che non sembravano uscire dalla mia bocca: non riuscirei mai a replicarli, se ci provassi; questo al corso lo avevano anticipato: ci avevano raccontato che i bambini che sentivano da fuori le voci delle partorienti non le associavano a donne o uomini, ma a mostri o dinosauri. L’ostetrica continuava a dirmi che c’eravamo quasi, si vedeva una testa folta di capelli neri come i miei. Quel “quasi” però diventava parecchio lungo e Leonardo mi confermò in seguito che era imbarazzato dall’illusione che mi veniva creata, perché era evidente che la testa era ancora in quel “vai e vieni” che la faceva ritrarre alla fine di ogni contrazione. Capì che c’eravamo quasi veramente quando l’ostetrica cambiò camice e guanti, prese teli, cuscino e quanto necessario per essere pronti all’espulsione. Io spingevo da un tempo inquantificabile ma sufficientemente lungo per sentirmi sfinita, il dottore entrò e con fare distaccato mi disse di spingere nel punto che l’ostetrica stava toccando. Il pensiero che ricordo è che il bambino esce dalla vulva, ma la sensazione è proprio quella di fare la cacca. Temevo infatti che sarebbe uscito anche altro e invece a un certo punto sentì sgusciare fuori la testa e subito dopo, con la stessa spinta, il resto del corpo: un sollievo totale. Leonardo mi raccontò che Edoardo fu quasi preso “al volo” e indirizzato sul cuscino, non ci fu bisogno di tirare, ruotare o facilitare in qualche modo la fuoriuscita delle spalle. Erano le 14:48. Subito mi venne poggiato sul petto e io non percepii quasi nulla del via vai che si era creato per recuperare il cordone che l’ostetrica non aveva capito andasse conservato insieme al sangue. Mi dissero che aveva lasciato vernice caseosa ovunque sul pavimento, ma su di me mi parve perfetto, morbido e bellissimo; aveva la testa un po’ allungata e mi spiegarono che si trattava di un “tumore da parto” che sarebbe rientrato in poche ore: la fatica nell’uscire era dovuta proprio al fatto che la testolina era leggermente flessa e non prestava il diametro migliore.

E’ una tendenza abbastanza comune negli ospedali della maggior parte dei Paesi industrializzati quella di chiedere strenuamente alla donna in travaglio di spingere non appena abbia raggiunto la dilatazione completa. […] Non esiste un’urgenza corporea più pressante che quella delle contrazioni uterine che spingono il bambino nel canale del parto una volta che la cervice è completamente dilatata. (Ina May Gaskin, La gioia del parto)

[continua]


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