Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

In caso di parto distocico

Il parto è “eutocico” o “fisiologico” se avviene spontaneamente (servono solo le mani dell’ostetrica); “distocico” o “non fisiologico” se è necessario l’intervento di altri strumenti:

  • La ventosa è uno strumento utilizzato quando esistono ostacoli alla progressione spontanea del feto, per accelerare o facilitare la fuoriuscita della testa. La tecnica prevede l’applicazione del cappuccio in un punto specifico della testa fetale. Se la coppa si stacca perché perde tenuta sulla testa fetale, può essere riattaccata: se succede non bisogna quindi pensare che qualcosa sta andando storto. Il suo utilizzo non è infrequente, infatti a Novara è presente in tutte le sale parto. È necessario però che ci sia collaborazione da parte della donna, per questo è importante essere consapevoli di cosa si tratta. Il neonato può presentare un innocuo gonfiore nel punto di applicazione della ventosa, che però passa.
  • Il forcipe è una pinza di metallo della forma e grandezza di un cucchiaio che viene inserita in vagina e posizionata intorno alla testa del bambino per estrarlo nei parti difficili. Un tempo veniva utilizzato per ridurre le dimensioni della testa, ora invece solo per accompagnamento. Il suo utilizzo è più raro, a Novara è infatti presente in 1 sala su 4. In caso di utilizzo, però, è sempre fondamentale la collaborazione materna.

In caso di parto operativo, ovvero quando nella fase espulsiva si ricorre agli strumenti elencati sopra, entrano in sala parto molte persone (neonatologo, pediatra, ecc.).

Inoltre, è più probabile che venga praticata l’episiotomia, cioè il taglio del perineo. Si tratta di un taglio piccolo, suturato poi ben stretto a strati (spesso in questa fase la neo-mamma si dimostra molto insofferente). Mentre fino a non molti anni fa l’episiotomia veniva considerata una pratica di routine in sala parto, oggi le principali autorità scientifiche e sanitarie ritengono che debba essere usata solo in pochi casi selezionati, altrimenti può diventare addirittura dannosa. Un’inchiesta realizzata del 2013 da Repubblica traccia una situazione a macchia di leopardo in Italia, con alcuni centri che hanno tassi di episiotomia molto bassi (3%) e altri che hanno tassi altissimi (80%): a Novara siamo sul 15%. In assenza di episiotomia, il genitale potrebbe rimanere integro o, più facilmente soprattutto al primo figlio, potrebbe esservi una lacerazione.


L’ultima fase: l’espulsione della placenta

L’ultima fase del parto è detta secondamento , ovvero l’espulsione della placenta, che segue, dopo una pausa di alcuni minuti (in media 20, ma può occorrere anche un’ora senza che ciò evidenzi una patologia), la nascita del bambino.

Mentre il neonato succhia al seno o riposa sul ventre materno, le contrazioni (non dolorose) riprendono, fino a staccare la placenta dal fondo dell’utero e espellerla.

Dopo l’espulsione della placenta, l’utero si contrae e si viene a formare il cosiddetto globo di sicurezza che, come un laccio emostatico, impedisce che la madre si dissangui.

Spesso ci si augura un parto veloce; in realtà, se per il suo espletamento (ovvero dalla prima contrazione all’espulsione della placenta) passano meno di 5 ore, il parto viene considerato distocico: potrebbero esservi associati problemi materni o del bambino.


Il post partum

Il bambino appena nasce ha freddo: potrebbe percepire una temperatura reale di 20 °C come quella che per noi è una temperatura di 0 °C. Per questo viene immediatamente posto sul petto della mamma, che lo aiuta a mantenere costante la sua temperatura. Il contatto pelle a pelle facilita anche una precoce comunicazione tra il bambino e la mamma.

Dopo l’espulsione del feto, gli ormoni aumentano, ma dosati in maniera diversa rispetto all’assetto del travaglio; si ha un picco a 30 minuti dalla nascita e la stessa cosa avviene al bambino: sono gli ormoni dell’innamoramento (gli stessi rilasciati, in dosi diverse, durante un rapporto sessuale). Ecco perché bisogna tenere il neonato vicino e non esporlo troppo presto.

Dopo le 2 ore in sala parto, quando si va in camera, è importante provare subito a fare la pipì: deve esserci un flusso normale, altrimenti potrebbe servire il catetere.

Un punto di attenzione: dopo il parto, per rieducare il perineo, vengono spesso suggeriti esercizi come il “pipì stop”, ovvero cercare di arrestare il flusso di urina a metà e poi avviarlo di nuovo. In realtà, il pipì stop è solo uno screening di incontinenza, cui la gravidanza predispone: quando si trattiene, lo sfintere deve tenere e non si deve perdere pipì; altrimenti, è consigliabile fare una visita specifica (a Novara le fanno al San Giuliano). Per prevenire l’incontinenza, è importante bere molto e avere cura del perineo non praticando eccessivamente sport che sollecitano il basso ventre (come la corsa, lo step, le arti marziali, l’aerobica, il trampolino, il basket, la pallavolo).  Occorrono un paio di mesi per rieducare il piano perineale dopo il parto, prima dei quali è sconsigliato far lavorare gli addominali, che sono muscoli antagonisti (ovvero lavorano all’opposto).

Una volta avuto Edoardo addosso, avrei voluto che tutto il mondo al di fuori della nostra famiglia scomparisse. Invece mi si chiedeva di spingere ancora per far uscire la placenta e più fastidioso ancora fu il momento della sutura, quando dovettero bloccarmi le gambe per evitare che di riflesso le chiudessi; ebbi una lacerazione di I grado che mi lasciò indolenzita per qualche giorno, ma di cui ora non sento traccia. Edoardo e io stemmo cuore a cuore per circa due ore. Io continuavo a piangere e gli altri chiedevano a Leonardo come mai; non era un pianto incontrollabile, ma io avevo deciso di farlo uscire perché liberatorio: della fatica che mi aveva portato allo stremo e della felicità di cui mi ero riempita. Continuai ad abbracciarlo, accarezzarlo, scaldarlo e scrutarlo e sentii un amore infinito, un momento di estasi e perfezione. Verso le 17 Edoardo fu portato in un’altra stanza insieme al papà per essere lavato e vestito, mentre io venivo ripulita da una OSS e messa contro la mia volontà su una sedia a rotelle per evitare che, sopravvalutando le mie forze, potessi svenire. Edoardo varcò così nella sua culletta quella porta da cui era entrato dentro di me e che ora lo introduceva nella società come individuo a se stante. Mi spiace un po’ aver risposto, alle persone che mi hanno domandato com’è andato il parto nelle ore immediatamente successive, che è stata un’esperienza “sovrumana”, perché per chi non la vive quella è una connotazione negativa, mentre la mia rielaborazione, da lì a poco tempo, mi ha portata (al di là degli aspetti meno naturali come la rottura delle membrane, l’ossitocina, le spinte forzate – aspetti che sicuramente valuterò più consapevolmente in futuro) a vederlo come un momento magico, super emozionante e da ripetere.


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