Ciò che ho imparato sull’estasiante arte di allattare

Il business del latte artificiale

Le parole che le formatrici usano per indirizzare le mamme possono fare molta differenza nei consumi di latte artificiale.

Nel 1981 venne adottato dall’Assemblea Mondiale della Sanità il “Codice Internazionale di pubblicità dei sostituti del latte materno” (con gli USA unica nazione a votare contro). Esso rappresenta un modello di minima regolamentazione per proteggere la salute infantile impedendo un marketing inappropriato di sostituti del latte materno (anche se alcune aziende preferiscono pagare delle sanzioni a posteriori anziché applicare il codice in maniera rigorosa). Esso prevede che:

  • le etichette devono portare le informazioni necessarie sull’uso appropriato del prodotto e non devono dissuadere dalla pratica dell’allattamento al seno;
  • né la confezione né l’etichetta devono avere disegni di neonati o altri disegni o testi che possano idealizzare l’uso del latte artificiale;
  • non devono essere usati i termini “umanizzato”, “maternizzato” o simili;
  • cibi pubblicizzati per l’alimentazione dei neonati, che non rispondano ai requisiti del latte artificiale ma che possono essere modificati in tal senso, devono portare un avvertimento sull’etichetta.

Anche alcune indicazioni che si leggono sulla dieta sono volte a disincentivare l’allattamento al seno; in realtà, fatta eccezione per i funghi che sono potenzialmente tossici, una mamma che allatta può mangiare di tutto (segnalo a tal proposito questo interessantissimo articolo pubblicato sul blog di UPPA). Ci sono alcuni cibi (latte e latticini,  crostacei, kiwi, frutta secca) che potrebbero dare intolleranza; se ci si accorge che uno nello specifico è la causa, è bene non eliminarlo ma limitarne il consumo.

“Quando si introduce l’alimentazione con formule artificiali, impedendo l’avvio o provocando la sospensione precoce di un allattamento, si nuoce alla salute di madre e bambino, privandoli entrambi dei benefici connessi all’allattamento. Eppure, sono
moltissime le donne che allattano con la formula: una recente indagine condotta in Emilia Romagna, ha evidenziato che la sceglie il 48% a 3 mesi e il 67% a 5 mesi di vita del bambino. Di fronte a questi numeri è ragionevole domandarsi quanto la loro sia una scelta consapevole e quanto, invece, non sia una scelta determinata da informazioni scorrette, veicolate dalle aziende produttrici di alimenti per l’infanzia. Possiamo definire libera una decisione così fortemente condizionata dalla pubblicità?”

S. Di Mario (pediatra) e L. Biagini (esperta di comunicazione), L’irresistibile fascino della pubblicità, UPPA 6/2016


Dal colostro al latte maturo

Nei primi giorni di vita, il bambino succhia il colostro, un liquido denso e giallognolo. Dal seno ne sgorga poco, ma è sufficiente per il piccolo. Infatti, rispetto al latte vero e proprio, è più ricco di proteine e sali minerali, ma contiene una quantità inferiore di zuccheri e grassi, quindi è anche più digeribile. È perfetto nei primi giorni di vita, quando il piccolo tende a perdere liquidi e a disidratarsi. Inoltre, le proteine contenute nel colostro forniscono al bebè particolari anticorpi, sostanze di difesa che tappezzano tutto l’apparato digerente, proteggendolo dall’aggressione di germi e virus. L’istinto di suzione, infatti, all’inizio non è per fame ma per protezione. Il sistema immunitario e il sistema nervoso centrale non sono sviluppati alla nascita e, se al bambino non viene dato il colostro nelle prime ore di vita, non lo avrà più; per questo è importante che non sia disturbato: deve prima di tutto attaccarsi al seno.

Dopo qualche giorno (nel mio caso 5), si forma il cosiddetto latte di transizione, più chiaro, grasso e cremoso. Serve ad abituare gradatamente il piccolo al latte definitivo. È questa la cosiddetta fase della “montata lattea”: i seni divengono turgidi, congestionati, caldi e spesso dolenti; si può anche verificare un aumento della temperatura corporea.

Dopo circa 10 giorni, il seno materno inizia a produrre il latte maturo, fluido e dal sapore piuttosto dolce. Questo latte offre al piccolo tutto il nutrimento di cui ha bisogno e nel modo più equilibrato. Da questo momento in poi, sarà la richiesta del bambino stesso a regolare la formazione e l’afflusso di latte. La quantità prodotta ogni giorno aumenta progressivamente per il primo mese per poi attestarsi tra il secondo e il sesto mese fra i 600 e i 900 g nelle 24 ore.


Come offrire il seno al bambino

Nei primi minuti della suzione c’è il latte dissetante, povero di grassi e ricco di lattosio e acqua, che soddisfa il bisogno idrico del bambino; è ricco inoltre di ossitocina, che fa rilassare la mamma e assopire il bambino.
Dopo qualche minuto dall’inizio della poppata arriva il primo latte, più ricco di proteine utili allo sviluppo delle ossa e del cervello.
E infine, dopo circa 15 minuti (anche se il tempo è difficilmente quantificabile, dipende da caso a caso), arriva il secondo latte, cremoso, denso e ricco di grassi, che fa aumentare di peso il bambino.

Ecco perché non si deve cambiare seno durante una stessa poppata: il bambino rischierebbe di non bere il secondo latte che gli serve e il nostro organismo, con il tempo, capirebbe che non è più necessario produrlo. E’ importante tenere presente che un seno non è mai vuoto, anche quando così sembra perché morbido: mentre una certa quantità di latte si trova già pronto, infatti, la maggior parte viene prodotta al momento, perché attraverso la suzione viene dato il via a una nuova emissione. La composizione del latte varia da donna a donna, per cui è buona norma assecondare le richieste del bambino:

  • Attaccare il bambino al seno al primo accenno di fame.
  • Far poppare il bambino senza badare a quanto tempo trascorre al seno, lasciando che sia lui a decidere quando staccarsi; le tempistiche della poppata sono variabili a seconda della ritmicità e in particolare cambiano quando c’è una ricalibratura della mammella (in corrispondenza degli scatti di crescita, aumenta il fabbisogno: non bisogna scoraggiarsi se ci sono periodi in cui il bambino si attacca di più, si sveglia di più, sembra esserci un calo del latte… è solo un periodo di assestamento).
  • Permettere al bambino di fare pausa con il capezzolo in bocca (la pausa è parte integrante dell’allattamento).
  • Non togliere il bambino dal seno, finché non è lui a staccarsi, se non strettamente necessario; in questo caso, per evitare danni al capezzolo, interrompere la presa inserendo un dito fra la lingua del bambino e il capezzolo e poi togliere lui dal seno.
  • Imparare a riconoscere la suzione alimentare (caratterizzata da ritmicità) da quella non alimentare (il bambino crea il vuoto e poi sta fermo); è durante quest’ultimo tipo di suzione che il bambino può essere staccato, se necessario.
  • Dopo un’interruzione della poppata, offrire di nuovo lo stesso seno per assicurarsi che il bambino abbia preso il latte finale, più cremoso (quando accade, il bambino succhia più lentamente).
  • Offrire l’altro seno se il bambino rifiuta di attaccarsi al primo.
  • Alternare il seno di pasto in pasto.

[continua]


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