Edoardo si svezza da solo

Quando iniziare lo decide lui

Piermarini sottolinea che, oltre al fatto che il latte umano è adeguato a coprire tutte le esigenze del bambino almeno fino ai sei mesi, questa età viene indicata come quella idonea per l’inizio dello svezzamento perché normalmente, prima, i bambini non sono in grado di assumere cibi diversi dal latte correttamente. Questo perché devono scomparire alcuni riflessi, in particolare il riflesso di estrusione, il quale fa sì che il bambino spinga fuori con la lingua tutto quello che non è liquido.

“Insomma tutto si svolge come se qualcuno avesse disposto le cose in modo che, quando compaia il bisogno di integrazione del latte materno, il bambino sia maturo per assumere agevolmente e senza rischi alimenti diversi dal latte.”

L. Piermarini, “Io mi svezzo da solo!”: dialoghi sullo svezzamento

Anche Rapley e Murkett mettono in guardia dai falsi segnali di predisposizione al cibo che nel corso degli anni sono stati indicati ai genitori ma che in realtà fanno solo parte del normale sviluppo che avviene col passare dei mesi:

  • svegliarsi di notte
  • leggero rallentamento nell’aumento di peso
  • guardare i genitori mangiare
  • far schioccare le labbra
  • non addormentarsi subito dopo l’allattamento
  • presunto sotto o sovra-sviluppo

Invece, il modo più affidabile per capire se il bambino sia pronto per gli alimenti diversi dal latte è intercettare i cambiamenti che gli permetteranno di gestire la nuova alimentazione: riuscire a stare seduto da solo, allungarsi per afferrare le cose e portarsele alla bocca in modo rapido e preciso, mordicchiare i giocattoli fingendo di masticare. Ma il segnale migliore di predisposizione si ha quando il bambino inizia a mettersi da solo il cibo in bocca, cosa che tuttavia può fare solo se gli viene concessa l’opportunità.

Le autrici, infatti, suggeriscono di non introdurre arbitrariamente del cibo in bocca al bambino con il cucchiaino; non perché il cucchiaino sia di per sé negativo, ma perché imboccare il bambino non è necessario e potrebbe portare ad alcuni problemi:

  • Quando si sceglie di affidarsi al cucchiaino, tipicamente si riduce il cibo in pappa, in modo che il bambino non lo debba masticare. Ma, se al bambino non viene data la possibilità di fare esperimenti con la masticazione una volta raggiunti i sei mesi di vita, lo sviluppo di questa capacità potrebbe risultarne ritardato, anche perché a essa sono legati lo sviluppo della parola, della digestione, dell’alimentazione sicura. Aspettare l’anno o più non riduce i rischi: è come impedire a un bambino di camminare fino ai tre anni per paura che si faccia male.
  • I bambini imparano a gestire meglio e più rapidamente i pezzi di cibo se viene data loro la possibilità di mangiare da soli, perché trovano più facile masticare l’alimento quando se lo mettono nella parte anteriore della bocca; il cibo somministrato con il cucchiaino tende a essere succhiato direttamente sul fondo della bocca, da dove poi non è facile gestirlo bene e in sicurezza.
  • Essere nutrito da qualcun altro col cucchiaino fa sì che il bambino non controlli la quantità di cibo che mangia, né la frequenza dei bocconi; il cibo in purea, in particolare, viene inghiottito velocemente per cui si rischia che il bambino butti giù più di quello che gli serve e questo interferisce con la sua innata abilità a percepire il senso di sazietà e fa sì che si riduca la richiesta di latte (che invece dovrebbe rimanere la fonte di nutrimento principale per un bambino sotto l’anno).
  • Essere nutrito con il cucchiaino non permette al bambino di esplorare e sperimentare, dunque imparare; lasciare che si nutra da solo rende il momento del pasto più divertente per lui e lo incoraggia a fidarsi del cibo, aumentando la probabilità che da grande ami una varietà più ampia di gusti e consistenze.

Questo non significa che il cucchiaino non possa mai essere utilizzato dal genitore, in particolare per i cibi difficilmente afferrabili con le mani e soprattutto all’inizio: un buon compromesso è quello di porgerlo al bambino lasciando che sia lui a introdurlo in bocca, se lo vuole. L’idea, dunque, è quella “offrire” e non “dare” il cibo al bambino: una volta messo a portata di mano, sarà lui a decidere cosa farne.

Edoardo, a 7 mesi, mangia la quinoa con verdure che il papà gli offre con la forchettina

Poiché inizialmente la motivazione che spinge un bambino a mettersi in bocca del cibo è la curiosità e la volontà di copiare gli altri, e dunque per i primi due mesi circa di svezzamento il cibo solido è più che altro un mezzo di apprendimento, Rapley e Murkett consigliano di offrire al bambino cibi solidi quando è sereno e non affamato (a differenza dello svezzamento tradizionale in cui si consiglia di evitare le poppate in prossimità dei pasti per assicurarsi che il bambino abbia fame).

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