Edoardo si svezza da solo

Quali cibi offrire

Piermarini osserva come, nonostante il mercato promuova la vendita di alimenti speciali per l’infanzia a partire dai quattro mesi di età (limite inferiore imposto per legge), il bambino non ha bisogno di alimenti particolari né prima dei sei mesi (il latte è sufficiente) né dopo.

Innanzi tutto, questi alimenti speciali sono prodotti con gli stessi ingredienti quotidianamente utilizzati nelle preparazioni domestiche; la differenza non può essere la sicurezza igienica, perché essa deve essere garantita per qualunque alimento messo in vendita.

“Tutti gli alimenti industriali per l’infanzia, dalle formule utilizzate come sostituti del latte materno alle merendine, sono ultraprocessati […]. Il loro uso dovrebbe essere evitato, o ridotto al minimo. Esistono ottime alternative: il latte materno, ovviamente (seguendo le indicazioni internazionali e nazionali), e, a partire dai 6 mesi circa, quando il bambino è pronto per altri cibi e fa capire di averne voglia, l’alimentazione sana della famiglia. Ma la pubblicità, e la conseguente pressione a favore dei cibi ultraprocessati, purtroppo esercitata talvolta anche da alcuni pediatri, è incalzante. […] Punta su convenienza, sicurezza e salute, usando argomenti falsi, parziali o distorti.”

A. Cattaneo, Cibi ultraprocessati e pubblicità: impariamo a difenderci, UPPA n° 1/2020

Neanche l’omogeneizzazione o la liofilizzazione possono essere motivazioni valide per l’utilizzo di alimenti speciali, in quanto la ricerca scientifica ha messo in evidenza come – se lo svezzamento viene fatto all’epoca corretta – i bambini hanno un apparato gastrointestinale in grado di digerire tutti gli alimenti che assume un adulto; omogeneizzati e liofilizzati, tra l’altro, sono un fenomeno tutto italiano. Bisogna piuttosto considerare che il cibo in purea, specialmente la frutta e la verdura, può essere ormai privo di alcuni elementi nutritivi, ad esempio impoverito di vitamina D rispetto alla sua forma solida.

Rapley e Murkett aggiungono che nemmeno l’assenza di denti è una motivazione valida per non dare il cibo dei grandi, perché i bambini utilizzano le gengive. Ricordo che una volta lasciai a Edoardo, che era seduto sul seggiolino durante un breve tragitto in macchina, una bottiglietta di plastica con cui giocare e, quando andai a slacciarlo, notai che l’aveva mordicchiata al punto che l’acqua zampillava da più buchi, che Edoardo aveva fatto pur senza avere nemmeno un dente!

Edoardo a 6 mesi: niente denti e una grande passione per i pomodori

Gli alimenti speciali sono figli proprio proprio di quella politica di anticipazione dell’epoca di svezzamento a un’età in cui l’intestino non è maturo: essi offrivano un risultato nutrizionale accettabile con il minimo rischio di disturbi; stesso motivo per il quale si andava molto cauti con l’introduzione di nuovi alimenti, monitorando costantemente l’efficienza della digestione e l’eventuale comparsa di reazioni allergiche. In questo modo lo svezzamento, gestito per secoli in maniera naturale dalla famiglia, diventava un fatto tecnico che richiedeva l’intervento del medico. Ma non si è mai effettuata una sperimentazione appropriata che dimostrasse l’innocuità e i vantaggi di un così radicale cambiamento. La certezza che i lattanti svezzati (nell’epoca corretta) con alimenti preparati in casa crescono altrettanto bene rispetti ai lattanti svezzati con i prodotti dell’industria specializzata è stata invece acquisita attraverso esperienze concrete, condotte da ricercatori affidabili senza conflitti di interesse e pubblicate su riviste scientifiche serie.

Insomma, in realtà sono veramente pochi i cibi consumati dagli adulti che bisogna evitare di far mangiare a un bambino piccolo:

  • miele: meglio offrirlo dopo i 12 mesi, perché è una potenziale fonte di botulismo;
  • latte animale: va bene usarlo come ingrediente ma, data la sua composizione, non può sostituire il latte materno (o artificiale) prima dei 12 mesi;
  • caffè, tè e Coca-Cola: da evitare soprattutto per la presenza di caffeina;
  • altri prodotti il cui consumo dovrebbe essere limitato anche per gli adulti: zucchero (non serve proibire al bambino l’occasionale dolce, l’importante è che non rappresenti un’abitudine); bevande dolcificate, gasate e succhi di frutta; additivi, dolcificanti e conservanti (meno sono gli ingredienti elencati nella tabella nutrizionale, meglio è).

Ci sono invece tanti luoghi comuni da sfatare sugli alimenti che si ritiene debbano essere evitati.

Una delle obiezioni che le mamme con cui mi sono ritrovata a parlare di autosvezzamento hanno mosso è la presenza di sale nelle preparazioni per adulti. Piermarini, a questo proposito, ricorda come non sia necessario eliminare del tutto il sale: è sufficiente un po’ di moderazione nel suo utilizzo, che vale per i bambini quanto per gli adulti. Una soluzione per tutta la famiglia potrebbe essere quella di preparare i cibi in casa provando a insaporirli con meno sale e più erbe e spezie. Anche perché che senso avrebbe far mangiare al bambino cibi totalmente insipidi durante lo svezzamento per poi farlo passare a un’alimentazione familiare ricca di sale?

Un’altra obiezione che si sente spesso riguarda il glutine. Questa proteina è stata per un certo periodo esaltata al punto da portare all’affermazione della “pasta glutinata”; poi, quando è emerso che una persona su cento è affetta da caliachia, è diventata un mostro da combattere e si è cercato di ritardarne l’introduzione nel processo di svezzamento. Questa però è una pratica inutile, in quanto il glutine scatena la celiachia solo in soggetti geneticamente predisposti e lo fa indipendentemente dal momento della sua introduzione. Anzi, poiché la celiachia si riconosce meglio quando si manifesta nel bambino più piccolo, prima si dà, prima si fa la diagnosi, prima si inizia la cura, ovvero l’eliminazione totale e definitiva del glutine dalla dieta.

Per quanto riguarda la prevenzione delle allergie, infine, c’è un consenso pressoché unanime delle più importanti società e accademie scientifiche e pediatriche sull’inutilità, se lo si fa a sei mesi di età circa, di un’introduzione graduale e dilazionata dei vari alimenti che costituiscono una dieta normale. Un atteggiamento diverso è giustificato soltanto nel caso si sappia già che il bambino è allergico o affetto da dermatite atopica. Anche perché, nei soggetti predisposti alle allergie, è l’introduzione continuativa di un alimento che porta alla sua tolleranza, mentre una sua lunga sospensione può favorire reazioni gravi al momento del successivo contatto. La lista degli alimenti inoltre è lunghissima e il rischio si azzererebbe solo evitando proprio lo svezzamento. Quello che veramente aiuta è invece aspettare il momento giusto e promuovere l’allattamento materno, che favorisce lo sviluppo delle funzioni intestinali.

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