Edoardo si svezza da solo

Apprendimento per imitazione

Piermarini spiega che tutti i lattanti, proprio intorno ai sei mesi, oltre a maturare le varie competenze motorie e digestive necessarie all’introduzione dei cibi solidi, cominciano a presentare un’insaziabile curiosità e un comportamento imitativo sempre più vivace. È la natura, dunque, che decide il momento ideale: se si va a vedere quale fosse l’epoca di svezzamento nelle popolazioni non industriali, si scopre che mediamente i bambini venivano svezzati proprio tra i cinque e i sei mesi. Più liberamente il bambino sperimenterà, minore sarà la probabilità di avere problemi dopo. Non va privilegiato alcun alimento in particolare (nemmeno quando il bambino dimostra di preferirlo) e, coerentemente, gli assaggi potranno avvenire in qualunque posto ci si trovi e non solo a casa.

Edoardo a 8 mesi, alla festa di San Martino: assaggia serenamente il menù salentino come se fosse a casa

Mentre tutto questo avviene, il bambino continua a prendere tranquillamente il suo latte, anche subito prima o subito dopo i pasti: nei primi tempi non cambierà nulla, poi, man mano che gli assaggi aumentano di consistenza, diminuirà la quantità di latte succhiato. L’allattamento al seno non rappresenta un freno ai cambiamenti in atto, anzi, proprio per la sua maggiore praticità e connotazione affettiva, va assecondato e sostenuto, senza mettere fretta a un processo comunque inesorabile. Lo svezzamento, dunque, non è un cambiamento da programmare con precisione, ma una fase di sviluppo obbligata: il bambino si svezza semplicemente perché non può farne a meno, glielo impone la legge della natura.

L’istinto lo porta a compiere delle azioni che innescano nei genitori una risposta altrettanto istintiva (e adeguata); o per lo meno, questa veniva messa in atto fino a prima della medicalizzazione dello svezzamento: i nostri antenati, infatti, hanno sempre risposto naturalmente ai segnali incontrovertibili che venivano dai bambini e, nei limiti della disponibilità materiale e delle tradizioni popolari, hanno offerto loro quello che avevano in tavola.

È stato proprio lo spostamento in avanti del periodo consigliato per lo svezzamento a permettere di ricominciare a notare quei comportamenti che venivano prima interpretati come un capriccio. Il bambino, in realtà, non è un “furbone matricolato” pronto a creare difficoltà a coloro da cui dipende per la sua sopravvivenza. Egli si plasma docilmente e inconsapevolmente sui suoi genitori: il suo interesse per il loro cibo è proprio, inizialmente, interesse per quello che loro fanno.

Rapley e Murkett, infatti, fanno notare come spesso il bambino preferisce assaggiare quello che sta nel piatto di mamma e papà, anche se è esattamente la stessa cosa che sta nel suo: questo è probabilmente il suo modo di controllare che il cibo sia sicuro. Edoardo, per esempio, è stimolato tantissimo ad assaggiare cose nuove quando il papà lo stuzzica con frasi tipo “mica mi vorrai rubare quello che ho nel piatto!”.

Proprio perché il bambino apprende per imitazione, quando ci si riferisce ai cibi, è molto utile chiamarli per nome e descriverli, invece che parlare genericamente di “pappa”: questo lo aiuterà a imparare nuove parole mentre sviluppa nuove abilità. Edoardo ha maturato un linguaggio talmente ricco in questo senso tanto da stupirmi quando, intorno ai due anni, è riuscito a riconoscere buona parte degli ingredienti di un biscotto che stava mangiando: farina, zucchero, limone… Uno dei suoi giochi preferiti in spiaggia, poi, era fare torte di sabbia in cui, a turno, lui e papà/mamma inserivano palettate facendo finta che fossero ingredienti di volta in volta nuovi: l’elenco nominato era veramente inesauribile.

Poiché il bambino guarda i genitori e cerca di riprodurne le azioni, è importante lasciare che trovi un modo per gestire il cibo senza dargli più aiuto di quello di cui ha davvero bisogno. Interferire potrebbe spingerlo a smettere di provare oppure potrebbe distrarlo. Questa è una cosa su cui ho sempre puntato molto, anche a volte frenando il papà, perché penso sia quel tipo di agevolazione all’autonomia “sano”, molto diverso ad esempio dal “mi rifiuto di farti entrare nel lettone perché devi imparare a dormire da solo”: finché il bambino è felice di fare da sé va in tutti i modi assecondato, mentre se avrà bisogno di una mano lo farà capire e andrà aiutato.

“La madre che imbocca il bambino senza compiere il minimo sforzo per insegnargli a tenere il cucchiaio e cercare la sua bocca, o che almeno non mangia ella stessa invitandolo a guardare come fa, non è una buona madre. Ella offende la dignità umana di suo figlio, lo tratta come un fantoccio, mentre è un uomo dalla Natura affidato alle sue cure. Chi non comprende che insegnare a un bambino a mangiare, a lavarsi, a vestirsi, è lavoro ben più lungo, difficile e paziente che imboccarlo, lavarlo, vestirlo? Il primo è lavoro dell’educatore: il secondo è il lavoro inferiore e facile del servo […] Tutto quanto è aiuto inutile, è impedimento allo sviluppo delle forze naturali.”

M. Montessori, Educare alla libertà

Il comportamento imitativo riguarda anche i modi di stare a tavola. Non c’è da temere che un bambino a cui viene concesso di sperimentare non impari “le buone maniere”, anzi succede più spesso il contrario. E’ importante che i genitori mangino insieme a lui più spesso possibile e che siano un buon modello: non possiamo aspettarci che, se il bambino ci vede mangiare a casa le patatine con le mani, al ristorante utilizzi le posate per quello stesso cibo.

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