Acquaticità e psicomotricità con Edoardo

La nostra esperienza al Centro Alcarotti

Edoardo e io siamo entrati per la prima volta in piscina insieme quando lui aveva 3 mesi. Si tratta dell’età minima, poiché è necessario aver effettuato il primo vaccino.

Dopo il confronto con altri genitori, abbiamo deciso di iscriverci al Centro Alcarotti di Novara. È più caro rispetto ad altri centri della zona ma, oltre a essere comodo per la sua posizione centrale, è ben fatto: la piscina dei bambini è dedicata, “con acqua a 34 gradi, in ambiente contenuto e accogliente” (citazione del sito che posso confermare) e con possibilità di idromassaggio. L’unica pecca è il fatto che difficilmente si recuperano le lezioni perse e questo ha dato fastidio, considerato il costo del servizio, ad alcune mamme con bambini che si sono ammalati spesso. All’Alcarotti c’è comunque la possibilità di effettuare un abbonamento annuale o di rinnovare i cicli ogni quattro incontri: quest’ultima soluzione rende la singola lezione più costosa, ma l’abbiamo preferita in un primo momento per verificare la risposta di Edoardo e la sostenibilità una volta rientrata a lavoro.

Gli spogliatoi hanno tutto il necessario per gestire i bambini (sdraiette, seggioloni, fasciatoi) anche mentre ci si fa la doccia. In vasca entra un solo adulto e i primi tempi sono sempre entrata io perché, in caso di “crisi”, avevo la possibilità di allattarlo (cosa che siamo state incoraggiate a fare direttamente in vasca, sulla gradinata, perché i bimbi associno all’acqua anche la sensazione piacevole del nutrimento). È possibile assistere alla “lezione” dalla vetrata e, all’uscita, avere qualcuno che lavi il bambino mentre ci si fa la doccia permette di parallelizzare le attività e non patire lo sbalzo di temperatura. Si è comunque invitati a fare in modo che non ci sia più di una persona davanti al fasciatoio. Per fortuna Leonardo è quasi sempre riuscito a venire con noi, inizialmente utilizzando la flessibilità dello smart working e poi accompagnandoci al sabato, quando il mio rientro al lavoro ha reso necessario spostare il corso al weekend.

In questo modo abbiamo vissuto l’attività in maniera piacevole senza stress e ci siamo goduti insieme tutti i progressi di Edoardo, anche se per questo il Centro Alcarotti mette a disposizione le domeniche in famiglia: una volta al mese si può entrare in acqua senza istruttori ma con entrambi i genitori ed eventuali fratellini.

Gli appuntamenti in acqua, con cadenza settimanale e della durata di 40 minuti, non sono molto strutturati. Iniziamo sempre con una canzoncina di saluto che nomina ogni bambino. Poi, a parte alcuni movimenti “corali” e guidati (come il giro giro tondo, la bella lavanderina, il trenino), i bambini sono liberi di fare esperienze assieme alle loro mamme o papà.

Già dopo la prima settimana, Edoardo si è immerso con la testa sott’acqua. Anna, la sua prima istruttrice, mi ha guidata nel gestire l’immersione sfruttando il fatto che i bambini così piccoli, e soprattutto quelli allattati al seno, hanno l’istinto di chiusura della glottide che impedisce di “bere” acqua. Per questo sono stata contenta di essere riuscita ad accedere al mini-ciclo di benvenuto estivo: con sei lezioni ci siamo preparati ad affrontare il mare. E mi sono resa conto di quanto la preparazione fosse necessaria soprattutto per me: per i bambini stare in acqua è una cosa molto naturale, siamo noi adulti a dover acquisire sicurezza. Infatti, al di là delle caratteristiche del singolo (alcuni si sentono più a proprio agio in acqua rispetto ad altri), ho visto con i miei occhi come l’atteggiamento del genitore influenza molto i tempi e i modi con cui il piccolo fa progressi.

Man mano che il bambino cresce e impara nuovi movimenti, la loro replica in acqua viene favorita dall’ausilio di oggetti via via diversi. Abbiamo iniziato con i tubi galleggianti: Edoardo li ha apprezzati così tanto che gliene abbiamo preso uno per il mare e la gente in spiaggia era molto stupita nel vedere un bambino di cinque mesi stare serenamente a galla senza essere tenuto dai genitori, nonostante la temperatura non calda o l’acqua non ferma. I tappeti, alcuni più morbidi altri più duri, permettono ai bambini di giocare, gattonare e camminare, magari sperimentando percorsi con gallerie o rialzi; una delle attività preferite è sedere sul bordo e tuffarsi tra le braccia di mamma o papà! A sette mesi, quando Edoardo ha iniziato a tirarsi in piedi, abbiamo approcciato la cesta, dove lo mettevo seduto con il corpo per metà nell’acqua fino a che si alzava attratto dai giochi sul bordo. Abbiamo iniziato a provare i braccioli quando ha cominciato a camminare con sicurezza.

Chi non ha ancora fatto questa esperienza si domanderà come si fa a gestire i “bisognini” dei piccoli. Esistono dei pannolini fatti apposta, sopra i quali mettere il costumino: quest’ultimo non è obbligatorio ma io, oltre che carino (mia sorella gliene ha regalati alcuni bellissimi), lo trovo più contenitivo, perché le fuoriuscite possono sempre esserci. È successo una volta che Edoardo facesse la cacca nel bel mezzo della lezione… per fortuna si fa sentire e, con l’aiuto di Leonardo, sono riuscita a fare un pit stop veloce senza danni.

Messaggi sulla motricità

La frequentazione della piscina non è solo un modo per mantenere l’istintualità del bambino dello stare in acqua, ma è anche un momento di confronto con gli altri genitori e un momento di apprendimento sulla motricità.

Ci sono diverse istruttrici che possono essere più o meno apprezzate per la loro riservatezza o propensione al consiglio, informalità o impostazione strutturata dell’incontro. Molti genitori hanno lamentato di aver riscontrato, nell’osservazione delle competenze motorie del proprio bambino, eccessivo allarmismo e noi siamo forse tra questi. “Forse” perché alla fine abbiamo preso il suggerimento dato come un’occasione per imparare.

Dal momento che Edoardo aveva avuto alla nascita un cosiddetto “tumore da parto”, e gran parte dei problemi dello sviluppo che un bambino può avere è dovuta a problemi e complicazioni al parto, ci hanno consigliato di farlo vedere da un’osteopata; abbiamo cosÌ consultato Stefano Pollastro, che ci ha fatto un’ottima impressione per il modo di lavorare con i bambini e per tutte le cose che ci ha spiegato.

Durante questo tipo di visita, si osserva prima di tutto il comportamento naturale del bambino e successivamente gli si danno alcuni stimoli che provocano in lui risposte che svelano l’età neuropsicomotoria. Se questa corrisponde a quella anagrafica, il bambino è in salute e non ha problemi, se invece presenta qualche ritardo è bene fare un’analisi più approfondita perché potrebbe essere il primo segno del rischio di un futuro sviluppo patologico.

Nel nostro caso la visita è servita a rassicurarci: Edoardo era perfettamente in linea con l’atteso della sua età; ma ci ha anche fatto fare un passo in avanti rispetto agli insegnamenti che i neogenitori ricevono alla nascita. Questi insegnamenti sono riassunti in una pubblicazione dell’associazione “A.R.C. – I nostri figli” che – per quanto dal mio punto di vista sia stilisticamente poco raffinata e un po’ superficiale su alcuni temi (come vaccinazioni e capricci) – è estremamente interessante per quanto riguarda le conoscenze di base sullo sviluppo neuropsicomotorio che ogni genitore dovrebbe avere: “È nato un bimbo. Consigli alle famiglie per una crescita armoniosa dei loro bimbi del primo anno di vita”, di Mario Castagnini.

“Non c’è educatore, non c’è medico o terapista che sia più adatto dei genitori a far sviluppare al meglio le potenzialità di questa nuova creatura che crescerà al loro fianco, seguendo loro come guida.”

Premessa: fino a quando un bambino è considerato neonato?

Alla nascita il bambino presenta alcuni riflessi primitivi, fondamentali, primari, di ricerca vitale, come il riflesso di Moro e il riflesso di suzione.

Mentre il riflesso è un’attività ripetitiva, stereotipata, che darà sempre una certa risposta a un certo stimolo, la reazione è un’attività di risposta facilitata da un determinato stimolo ma non da esso determinata: a uno stimolo uguale, il bambino dà risposte diverse man mano che matura e migliorano le sue capacità di coordinazione neuropsicomotoria.

Con lo scomparire delle reazioni fondamentali, intorno ai 2 mesi di vita, possiamo dire conclusa l’epoca neonatale.

Conoscere il neonato

Il principale consiglio dato ai genitori è quelli di accudire e manipolare il bambino curando che le posizioni e i movimenti applicati siano i più naturali possibili. Le posizioni “obbligate” per un neonato sono quelle orizzontali (supina, prona e laterale) e si consiglia di modificarle frequentemente nell’arco della giornata.

Le campagne informative per la prevenzione della SIDS ci hanno insegnato, fin dal corso di accompagnamento alla nascita, a far dormire il bambino sulla schiena, cosa che Edoardo ha sempre fatto senza grossi problemi. È solo in questo contesto che ci è stato sottolineato come sia importante, quanto il bambino è sveglio, fare in modo che lavori anche in posizione prona e laterale. Non abbiamo mai adottato questo accorgimento con sistematicità: uno dei motivi per farlo è indurre il bambino a esercitarsi per arrivare pronto alla tappa della rotazione da supino a prono (e viceversa) intorno ai 6 mesi; quando abbiamo portato Edoardo dall’osteopata, a 4 mesi e mezzo, era in grado di farlo già da più di un mese.

Un’altra regola importante data ai genitori è di evitare ogni forma di costrizione, sia nell’abbigliamento, sia nell’utilizzo di facilitazioni che si trovano spesso in commercio e che sono quasi sempre poco utili e molto condizionanti. Ci si riferisce ad accessori come la sdraietta, il marsupio, il passeggino o altro, che sono utili in caso di vera necessità ma non dovrebbero far parte della gestione normale del neonato.

Di tutto questo ho preso piena consapevolezza, un po’ in maniera istintiva un po’ attraverso la lettura e il confronto con gli esperti, e devo dire che è stato il modo più naturale di accompagnare Edoardo nel suo percorso di crescita. Abbiamo usato la sdraietta solo per farlo stare a tavola con noi quando ancora non poteva stare seduto, e pativo quando vedevo i suoi coetanei in spiaggia affossati lÌ dentro per ore anziché essere liberi di giocare su un asciugamano adagiato sulla sabbia. Per quanto riguarda il marsupio, noi l’abbiamo introdotto quando Edoardo era già grandicello, con una struttura e una posizione ergonomiche, e l’abbiamo utilizzato per “trasportare” più che per “stare”. Il passeggino, infine, rappresenta nel nostro caso la voce di spesa più alta e allo stesso tempo meno utilizzata della lista nascita: utile per le commissioni che richiedono di camminare a passo adulto (ma neanche troppo se ci sono gradini o ingressi stretti) e per le visite turistiche nella versione leggera, è sempre stato più un ingrombro alla voglia di Edoardo di muoversi e interagire che una comodità.

Come muovere il neonato

Il primo schema di movimento che andrà acquistando il bambino a partire dalla nascita è il rotolamento. Il rotolamento da supino a prono si realizza nel sesto mese di vita, ma si può facilitarlo attraverso stimoli particolari anche dal secondo mese. Lo sviluppo delle funzioni è infatti organizzato da fattori trasmessi ontogeneticamente (l’ontogenesi è l’insieme dei processi mediante i quali si compie lo sviluppo biologico di un organismo vivente dalla cellula ovarica fecondata all’embrione fino all’individuo completo) ma anche inscindibilmente legato alla motivazione e alle stimolazioni esterne.

Sia l’istruttrice di nuoto che l’osteopata hanno posto molta enfasi sul prendere in braccio il bambino posto supino, ad esempio per il cambio del pannolino o per vestirlo/svestirlo, facendolo rotolare a pancia in giù sulla mano e poi alzandolo, anziché sollevandolo. Come già detto, Edoardo ha imparato a rotolarsi a 3 mesi, proprio indotto dalla voglia di raggiungere il seno della mamma, ma nonostante ciò abbiamo cercato di acquisire questa abitudine positiva nel “maneggiarlo”.

Come posizionare il neonato

Il dottor Castagnini suggerisce di posizionare il bambino, fin da piccolissimo, su un tappeto di gomma piuma o comunque qualcosa di soffice, lasciando il piccolo sdraiato e libero al massimo. Noi abbiamo utilizzato inzialmente un tappetino da gioco, poi dei tatami veri e propri.

Quando viene preso in braccio, la posizione ideale per il bambino è con la pancia rivolta verso l’adulto, ben adagiato sulla parte alta del torace in modo che possa appoggiare la testa vicino al collo dell’adulto, cambiando spesso lato e sostenendolo dai glutei; un’altra posizione comoda è quella prona su di un braccio a cintura di sicurezza (dalla spalla del bambino all’arto inferiore del lato opposto). Quest’ultima è sempre piaciuta molto a Edoardo da piccolo.

In vista di una migliore e più facilitante stimolazione dell’interesse e dell’affettività, è utile modificare la posizione del bambino in modo tale che i vari stimoli quali la luce, i suoni, le voci, i rumori, ecc. non gli provengano sempre dallo stesso lato.

La prensione e l’uso delle mani

Un altro aspetto che sia l’istruttrice sia l’osteopata hanno osservato attentamente è l’uso delle mani.

Ho imparato, anche se non c’avevo mai fatto caso, che prima dei 3 mesi il bambino prende l’oggetto solo se posto nel campo visivo di uno dei due occhi; infatti se l’oggetto è sulla linea mediana il bambino non sa con quale mano prenderlo e manifesta la voglia di farlo con tutto il corpo.

Dopo la fine del 4° mese, il bambino riesce non solo a prendere gli oggetti sulla linea mediana ma anche a portarli alla bocca.

Entro la fine del 6° mese la prensione inizia a divenire radiale (con opposizione pollice-indice) e questo gli permette di riconoscere gli oggetti presi e di spostarli da una mano all’altra.

Ora potete offrirgli degli oggetti da maneggiare e mettere in bocca. Potreste persino provare a metterli di fronte a lui a una distanza tale per cui deve impegnarsi per raggiungerli, e condividere con entusiasmo i suoi tentativi.

A partire dai 4-5 mesi, inoltre, potreste offrire delle esperienze di attività per terra (non da seduto), mettendolo a pancia in su, a pancia sotto, di fianco, offrendogli così la possibilità di giocare e sperimentare il movimento in libertà e sicurezza.

G. Rapisardi (pediatra), F. E. Banella e L. Migliaccio (psicologi), “Primi tentativi alla scoperta del mondo”, UPPA 5/2018

Contatto con l’ambiente esterno e socializzazione

Fin da subito il bambino percepisce mediante i cinque sensi. Il contatto con l’ambiente esterno evidenzia la competenza di socializzazione, ossia il rapporto con altre persone che è alla base della crescita umana.

Già entro il  1º mese il bambino è attratto dal volto umano e fa vedere movimenti del corpo in risposta a stimoli vocali di chi gli sta accanto.

Intorno ai 2 mesi il bambino sorride a chi lo coccola, ne ascolta la voce ed emette gorgheggi.

Al 4º mese il sorriso del bimbo inizia ad acquisire una certa espressività, mentre la capacità di vocalizzazione diventa un po’ più modulata.

Al 5º mese il piccolo riconosce i volti familiari e presenta una risposta attiva nei confronti dell’ambiente che lo circonda.

All’8º mese il bambino mostra angoscia nell’approccio con persone che non conosce, preferendo stare con la madre; si ha una mimica ricca: al bambino piace guardarsi allo specchio e risponde ai vezzeggiamenti di chi gli sta accanto.

9 mesi si evidenzia la lallazione.

10 mesi risponde se lo si chiama per nome, gioca a fare “cu-cu”, batte le mani e fa ciao.

A 11 mesi si ha l’articolazione di suoni concreti per indicare un oggetto.

A 12 mesi è l’ora delle prime 3 o 4 parole e il bambino aiuta abbastanza bene chi lo sta vestendo.

La locomozione inizia presto

La capacità del bambino di muoversi nello spazio si evolve secondo precise tappe, anche se ognuno ha i suoi tempi.

Il neonato si presenta, se sdraiato a pancia in giù, con la testa girata da un lato; il baricentro si trova nella zona del collo e non c’è nessuna capacità di sostegno. La zona del corpo che rimane più in alto è il sederino.

All’età di circa due mesi il bambino inizia a essere attratto verso stimoli visivi e uditivi e incentivato ad alzare la testa, sostenendosi per un breve periodo sugli avambracci. Si ha in questa fase lo spostamento del baricentro del corpo verso la zona dell’ombelico-bacino.

Tra il 3° e il 4° mese, l’ulteriore spostamento del baricentro verso il cingolo pelvico permette di mantenere più a lungo la testa fuori dalla base di appoggio con un’estensione simmetrica del capo.

Intorno ai 4 mesi e mezzo il bambino inizia a spostare il suo baricentro lateralmente per poter afferrare con una mano un oggetto posto dinanzi a sé: si instaura un triangolo d’appoggio formato da un lato da gomito e bacino, dall’altro dal ginocchio.

A 6 mesi circa si ha l’appoggio simmetrico sulle mani aperte.

Dopo gli 8 mesi il piccolo inizia a caricare sulle braccia estese e sulle ginocchia contemporaneamente; si assiste quindi al primo tentativo di posizione quadrupedica che per 2 o 3 settimane consiste nel dondolamento avanti e indietro in questa postura.

A 9 mesi in posizione prona il bambino è in grado di strisciare in avanti in maniera più o meno coordinata e con una preferenza di lato.

Tra i 9 mesi e i 10 mesi si ha l’andatura a carponi con schema alternato e i primi tentativi di arrampicarsi in stazione eretta, postura che viene raggiunta a 11-12 mesi.

A 12-13 mesi si assiste al raggiungimento della stazione eretta senza sostegno che man mano diventa più sicura.

Alla scoperta dello spazio

Edoardo ha vissuto la divertente fase del dondolamento e il successivo strisciamento già a 6 mesi. Ha iniziato a gattonare a 7 e a tirarsi in piedi nel corso dell’8° mese. Nonostante sia stato precoce in questo, ha iniziato a camminare senza sostegno a un anno compiuto.

E forse è stato solo un bene, dal momento che il gattonare è una fase fondamentale per la crescita sia fisica che intellettiva del bambino.

Fisica perché il cammino quadrupedico permette al piccolo di spostarsi in modo ritmico, coordinato, alternato, a rendere automatica la sequenza del passo.

Intellettiva perché la mano e la bocca hanno una rappresentazione cerebrale enorme nei confronti del resto del corpo e le varie stimolazioni provenienti dalla mano sono fondamentali per un fisiologico sviluppo neuropsicomotorio. Quindi bisogna contare molto sulla attività ritmica, sequenziale, modulata delle mani che sostengono parte del corpo in quadrupedica. Un fortissimo stimolo all’apprendimento sereno ed equilibrato
si ha nei mesi in cui il bimbo gattona e si riduce quando impara a camminare. Per questo più il bambino gattona meglio è per il suo sviluppo globale.

Tempo al tempo

Conoscere le varie tappe evolutive permette di rendersi conto se il bambino sta al passo con i propri coetanei nel naturale ritmo di crescita e accorgersi di eventuali ritardi per i quali è bene rivolgersi subito a specialisti competenti. Si accettano ritardi nello sviluppo del bambino prematuro rispetto a quello dei coetanei soltanto per il periodo corrispondente al tempo di prematurità; dopo tale periodo si pretenderà da lui una competenza di sviluppo pari a quella dei coetanei.

Allo stesso tempo, è fondamentale non cercare di anticipare i tempi ma lasciare il piccolo nelle posizioni che è capace di raggiungere da solo in modo che si possa arrangiare a scoprire piano piano le proprie potenzialità ed evolverle. Non si metterà così seduto un bambino fino a che non sia capace lui stesso di raggiungere la posizione seduta e lo stesso discorso vale per lo stare in piedi e il cammino.

Imparare a parlare

Per aiutare il piccolo in questo campo di apprendimento ci sono alcuni piccoli accorgimenti molto efficaci.

È molto utile associare l’appoggio della mano, ossia la stimolazione tattile, a una stimolazione uditiva: ad esempio gattonare scandendo a tempo di passo le parole oppure fare il gioco della carriola scandendo una filastrocca.

Buona regola sarà poi rivolgersi al bambino parlando lentamente, scandendo le parole in modo chiaro, cosicché lui le possa bene comprendere e imitare. In questo modo gli si dà la possibilità di decodificare meglio i suoni, l’articolazione del discorso, le parole nuove e lo si abitua nel contempo a una certa tranquillità, calma nella relazione, nell’espressione e nell’ascolto, quindi a una maggiore riflessività. Parlare in modo lento a un bambino, inoltre, catalizza la sua attenzione e infatti raccontare lentamente filastrocche o cantare brevi canzoncine è molto utile per esercitare l’attenzione, la memoria e il linguaggio.

Verso l’autonomia

Affinché il piccolo acquisti fiducia in sé, è bene incoraggiare la sua voglia di autonomia e sottolineare, lodandoli, i suoi progressi.

È bello parlare con il bambino, renderlo partecipe di ciò che avviene con discorsi via via più articolati, fin dai suoi primi mesi di vita.

È invece inopportuno sminuire i bambini usando in loro presenza frasi del tipo “tanto non capisce… è ancora piccolo”.

Prevenire è fondamentale

Circa il 2‰ della popolazione è affetto da paralisi cerebrale infantile: persone che prima, durante o poco dopo la nascita hanno avuto una sofferenza cerebrale che ha fatto loro perdere alcuni degli schemi congeniti di movimento e acquisire vari disturbi nello sviluppo neuropsicomotorio.
Il dottor Mario Castagnini ha sperimentato che il 50% dei bambini destinati a presentare ritardi nello sviluppo può guarire, normalizzarsi, se si attua un’adeguata diagnosi e terapia precoce, intervenendo entro il 3° mese di vita.


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