Ho partorito in casa, e non sono pazza

Struttura dell’articolo:

  1. La nascita di Carola
  2. Perché ho scelto il parto in casa
  3. Il primo scoglio: la ginecologa che aveva seguito la prima gravidanza
  4. Il secondo scoglio: la ginecologa che deve firmare il certificato per lavorare all’ottavo mese
  5. Il terzo scoglio: l’assicurazione e il medico di famiglia
  6. Il quarto scoglio: parenti e amici
  7. Il quinto scoglio: la mia paura
  8. Alla fine ce l’ho fatta! Ecco come, nella pratica
  9. Riflessioni finali

1. La nascita di Carola

[Attenzione: il video contiene immagini esplicite]

Carola è nata il 15 gennaio 2020, sei giorni prima della data presunta.

Quel mercoledì mattina accompagnai Edoardo all’asilo, poi mi dedicai alla pulizia del bagno, la stanza che avevo ipotizzato essere più idonea per il parto. All’ora di pranzo, preparai una dose per sei di polenta e fagioli (le ostetriche si erano raccomandate di introdurre tanti legumi nella dieta per aumentare l’apporto di ferro); ne mangiai un piatto e lasciai da parte il resto per la cena.

Mi stavo preparando per la mia mezz’oretta di ginnastica quotidiana, ma un indolenzimento simil-mestruale mi fece temporeggiare. Aggiornai ostetriche e marito nel gruppo Whatsapp “Carola”, ma alle 15:00 ancora tranquillizzavo Leonardo sul fatto che non era necessario muoversi dall’ufficio.

Alle 15:42 contattai di nuovo tutti per avvisare che cominciavo ad avvertire una certa ritmicità: un fastidio che arrivava a ondate di 10 minuti, ma ancora gestibile. Leonardo chiese a sua mamma di andare a prendere Edoardo all’asilo, altrimenti mi sarei dovuta mettere in macchina da lì a breve. Ammisi che forse era il caso che partisse da Milano, ma lui si era già fiondato in stazione.

Chiamai Virginia: mi disse che si trattava dei prodromi, per cui annullava la visita che aveva in programma e allertava Federica; non ci avrebbero però disturbato fino a che non ci fossero state novità: nel frattempo, avremmo potuto fare quello che più ci aggradava. Ma l’unica cosa di piacevole che ebbi il tempo di fare fu mangiarmi un cioccolatino.

Le contrazioni infatti cominciarono a diventare davvero ravvicinate e dolorose. Cominciai a predisporre l’ambiente sfruttando i momenti di recupero. Mi spogliai, indossai l’accappatoio, riempii la vasca di acqua calda, abbassai le tende, accesi le candele. Questi movimenti mi costarono fatica, dovetti fermarmi e riprendere più volte.

Mi chiamò Federica, che rientrava da un’altra visita e si proponeva di avviarsi verso Novara così da essere pronta al momento opportuno. Ma dalle mie pause dovette aver capito che quel momento era molto vicino. Si offrii di stare al telefono con me, ma io non vedevo l’ora di immergermi, cosa che tuttavia mi sconsigliò di fare fino a che non ci fosse stato qualcuno in casa.

Confermai a tutti che era il momento di accorrere e abbandonai il cellulare.

Virginia arrivò verso le 16:30 e io entrai immediatamente in vasca.

Rimasi tutto il tempo con gli occhi chiusi, concentrata nell’ascolto del corpo: cercavo la posizione migliore, respiravo profondamente e pensavo al fatto che mi stavo aprendo per fare spazio a mia figlia. Tra una contrazione e l’altra, ricordo di aver aggiunto acqua bollente, perché volevo calore.

Leonardo arrivò intorno alle 17:00. Non seguivo quello che succedeva al di fuori della bolla che mi ero creata, ma ricordo di avergli chiesto di togliere scarpe e camicia da ufficio perché volevo percepire solo intimità. Non volli né contatto né parole: mi bastava sapere che Virginia e Leonardo c’erano, che ero in un ambiente protetto. Non risposi, infatti, né quando Leonardo mi chiese se avessi bisogno di musica, né quando Virginia mi tranquillizzò sul fatto che anche Federica stava per arrivare.

La presenza di Leonardo mi aveva fatto fare uno scatto in avanti nel travaglio. Cominciavo a essere più agitata, a vocalizzare nella fase acuta, a cambiare spesso posizione.

Virginia registrò un mio primo premito alle 17:16. Non sapevo in che posizione avrei preferito partorire, ma istintivamente mi sistemai a carponi. Dopo una contrazione a cui reagii in maniera più sofferente del solito, Virginia mi spronò a lasciar uscire il dolore. Allora espirai più profondamente e nel farlo tramutai quel “buttar fuori” in una spinta, che mi fu di sollievo. La testa divenne ben visibile in vagina e Virginia mi invitò a toccarla. Non mi capacitavo di essere già arrivata alla fase espulsiva e invece con un’altra spinta uscì la testa. Virginia mi suggerì di fare piano: avrei potuto espellere il corpo con la contrazione successiva. Io ero in uno stato di eccitazione e incredulità. La contrazione arrivò e Carola nacque senza sforzo, alle 17:25. Virginia la prese, aspettò che mi rimettessi supina e me la poggiò addosso. Era rossiccia di pelle e con i capelli e gli occhi scuri, diversa dal fratello, ma bellissima come lui. Pianse subito, ma poi si tranquillizzò sul mio seno come se fosse tornata dentro di me. Ero ansimante, emozionata, felice; tutto quello per cui avevo lavorato si realizzava: una nascita guidata da me e da lei nel pieno rispetto dei suoi tempi, indisturbata, naturale per davvero, non soltanto “vaginale”.

Federica arrivò alle 17:33. Si era persa la nascita per pochi minuti, ma fu di grande supporto nelle ore successive. Dopo l’espulsione della placenta, Carola e io rimanemmo ancora nell’acqua e le ostetriche lasciarono grande intimità a noi e a Leonardo, occupandosi nel mentre di rivestire letto e divano.

Quando ci sentimmo pronti, Leonardo si spogliò per tenere Carola pelle a pelle mentre Virginia e Federica mi aiutavano a lavarmi; io mi sentivo in forze, ma loro si comportavano come se fossero le ancelle di una regina.

Ci spostammo sul divano, dove mi visitarono delicatamente. Avevo soltanto una piccola abrasione, che guarì in brevissimo tempo.

Chiamammo Edoardo, che era al piano di sotto dalla nonna, a conoscere la sorellina. Ricordo ancora il suo stupore, che si tramutò in entusiasmo quando tirammo fuori il regalo che avevamo preparato per lui da parte della sorellina: da quel momento raccontò a tutti che Carola gli aveva portato la pista ferroviaria!

Intorno alle 20:30 arrivò la pediatra e trovò una bambina sana, tonica e… avidamente ciucciante!

Poco dopo arrivarono anche i miei genitori, che ci aiutarono a dare a Edoardo tutte le attenzioni necessarie, permettendoci di mangiare insieme alle ostetriche quella polenta coi fagioli che avevo provvidenzialmente tenuto da parte.

Fino a quel momento, Carola era rimasta attaccata alla sua placenta. Avevamo infatti deciso questa volta di ritardare il taglio del cordone, che effettuai io stessa intorno alle 22:45.

Andammo a letto all’una passata e quella fu la prima di tante notti trascorse a stretto contatto con Carola, la più adrenalinica di tutte.

Se avete davvero capito cos’è il lasciarsi andare, l’abbandono, se tutto il vostro corpo è aperto, libero disteso e particolarmente la bocca, la gola, le mani gli occhi, allora non dovete fare proprio niente.

Se non lasciar fare, lasciar nascere il bambino.

Basta non fare più opposizione, non spaventarsi, né irritarsi della forza, della frenesia che il bambino mette a voler nascere.

Infine, supremo sacrificio, abnegazione totale, bisogna dire dentro di sé: sì, lasciami.

La vita, la tua vita, è là, davanti a te. Prendila!

Leboyer, F. (1979), “Dalla luce il bambino”, Bompiani

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2. Perché ho scelto il parto in casa

La scelta di partorire in casa è stata per me frutto di esperienze, letture, incontri, ragionamenti e sensazioni che non sono mai riuscita a tradurre in una frase sintetica e convincente da dare come risposta tutte quelle volte in cui mi è stato chiesto “ma perché?”. A posteriori, cerco di mettere assieme i pezzi per esplicitare le motivazioni che mi hanno portato a vivere questa esperienza, e i vantaggi che ne ho effettivamente tratto.

Le scelte sono libere

Pensavo di essere arrivata consapevole al primo parto: volevo con tutte le mie forze far nascere Edoardo naturalmente, ed ero ottimista viste le ottime condizioni di salute. Nonostante questo, ho visto la situazione precipitare senza che me ne rendessi conto: stavo bene, poi ho subito una visita vaginale con annesso scollamento delle membrane, sono stata spedita in sala parto, mi è stato rotto artificialmente il sacco e mi è stata somministrata ossitocina sintetica; nessuno mi ha consultata, non mi hanno proposto opzioni, non mi hanno spiegato cosa stava per succedere: semplicemente il dottore aveva deciso che il bambino era pronto e quindi tanto valeva “darmi un aiutino” a tirarlo fuori. Non tutte le ospedalizzazioni si concludono così, ma è inevitabile che, una volta entrati in ospedale, si sia soggetti all’autorità medica e in particolare al modus operandi del personale di turno (che può essere più o meno interventista) e ai protocolli della struttura (che non sono linee guida scientifiche, ma procedure attraverso le quali quella specifica azienda standardizza i comportamenti). Questo ha senso, forse, se si è ammalate, non se si è gravide. Chi voleva dissuadermi dal partorire in casa, ha cercato di convincermi che avrei potuto ottenere il rispetto delle mie scelte anche in ospedale; ma significa pur sempre dover lottare per farle valere, rischiare di risultare invise a professionisti che potrebbero sentirsi scavalcati, arrivare magari a uno scontro e sentirsi insicure, impaurite e indifese su decisioni che prima sembravano ferme: tutto questo non favorisce certo il clima di serenità necessario per uno svolgimento fisiologico del travaglio. E infatti, con il parto in casa, ho avuto non solo campo libero per fare in modo che la nascita fosse quella desiderata, ma anche il sostegno delle ostetriche che più volte mi avevano stimolata a esplicitare le mie aspettative: ho creato il contesto per me più funzionale, ho scelto le persone che volevo, mi sono mossa in piena libertà seguendo istintivamente le direttive del mio corpo.

Il fatto che la donna partorisca in casa è una decisione politica: l’asserzione della sua determinazione a riappropriarsi dell’esperienza del parto che le appartiene. Partorire in casa può significare cambiare la società.

Campiotti, M. (1997), “Il parto a domicilio negli anni ’90”, D&D il giornale delle ostetriche

La continuità dell’assistenza è garantita

Le ostetriche Federica e Virginia mi visitano sul divano di casa a 38+2 settimane

Partorire in ospedale significa accettare di essere assistiti dal ginecologo e dall’ostetrica di turno, magari mai visti prima. Anche pagare di tasca propria un’equipe privata, come abbiamo fatto alla prima esperienza, non garantisce la continuità assistenziale: la ginecologa che aveva seguito la mia gravidanza non lavorava in intramoenia e non c’erano ostetriche ospedaliere disponibili per la reperibilità. È provato che la continuità dell’assistenza migliora gli esiti del parto: è un vantaggio sia per la gestante, che si sente più tranquilla e sostenuta, sia per l’operatore, che conosce la persona e non solo i dati della sua cartella clinica. Non è vero che basta scegliere le strutture e i professionisti più rinomati per ottenere il risultato migliore possibile; perché il bambino non è una parte del corpo da asportare, partorire è un’azione fisiologica e attiva, in cui le protagoniste siamo noi. Partorendo in casa ho avuto la possibilità di essere assistita da un’ostetrica, Virginia, che ci ha conosciute quando Carola aveva le dimensioni di qualche millimetro, una persona con cui si era da tempo instaurato un rapporto di fiducia e che era lì solo per noi: questo ha favorito una mia apertura totale. Sia lei che Federica sono state un riferimento costante in prossimità della nascita e mi hanno garantito una reperibilità totale nelle due settimane antecedenti al parto. Ogni dubbio veniva fugato, ogni segnale veniva valorizzato, con un semplice messaggio informale; questo non avrei mai potuto averlo affidandomi a una struttura: non si chiama il centralino dell’ospedale, o la segretaria del dottore, o il dottore stesso, per condividere piccole sensazioni dandosi del lei. Oltre alla competenza tecnica, poi, le mie ostetriche hanno sempre curato gli aspetti relazionali, il legame con la bambina, il rispetto dell’intimità familiare. E anche il puerperio è stato molto differente dal primo: sono stata visitata, consigliata e coccolata moltissimo per diverse settimane, con estrema delicatezza, sincera partecipazione e anche piccoli pensieri come una torta, una tisana, un libro.

Si sfruttano le competenze di mamma e bambino

In ospedale, la persona competente è il medico (o l’ostetrica ospedaliera) e la donna è la paziente che deve sottoporsi alle sue indicazioni affinché egli riesca a far nascere il bambino. A casa, la competenza è in mano alla donna, che è al centro dell’evento e non delega parti di sé ad altri; la facilitazione dell’ambiente le permette di rimanere sempre in contatto con sé e di partorire con le proprie forze, e l’assenza di interventismi e il rispetto delle leggi della fisiologia tengono bassi i livelli di stress e quindi il rischio di complicanze. In ospedale, era stato il ginecologo a decidere il momento di entrare in sala parto, e l’ostetrica il momento in cui iniziare spingere; a casa, ho indicato io alle ostetriche quando accorrere e ho comunicato io a Virginia – peraltro senza neanche parlare – che Carola stava spingendo per venire al mondo. Lei ha creduto in me e io mi sono espressa. Ne sono uscita con la forte sensazione di avercela fatta da sola, con profonda gratificazione e con un grande senso di empowerment.

I tempi sono rispettati

Alla prima esperienza in ospedale ho subìto un’induzione quando ancora mancavano quindici giorni alla data presunta del parto, e sento continuamente di donne che vengono indotte a partorire perché è trascorso un determinato numero di giorni da tale data. Le ostetriche garantiscono la disponibilità per il parto a domicilio fino a due settimane dopo la data presunta, in quanto si è ancora in condizioni di fisiologia, mentre la maggior parte delle strutture ospedaliere interviene prima, tipicamente entro una settimana, “perché si è osservato un aumento dei rischi nei parti oltre scadenza”, mi aveva spiegato il ginecologo. Ma un aumento dei rischi nella popolazione non significa un rischio concreto sulla specifica donna, e solo un’assistenza personalizzata può garantire la decisione migliore. L’ulteriore condizione da accettare se si sceglie di partorire in ospedale è che, anche a travaglio avviato spontaneamente, vi possano essere accelerazioni artificiali se si valuta che esso procede troppo lentamente. La cosa peraltro è alquanto frequente, passando da un ambiente intimo a un ambiente estraneo. Le varie tecniche di induzione non sono esenti dal rischio di complicanze e molte volte si concludono con un cesareo d’urgenza. Anche se alla fine mamma e bambino ne escono sani, l’esperienza per la mamma è sicuramente peggiorata e il bambino avrà subito un trauma. Sono felice che Edoardo sia nato per via vaginale nonostante le difficoltà, evidentemente non era così lontano dall’essere pronto; ma è così perfetto che Carola abbia potuto scegliere il giorno e l’ora per venire al mondo!

L’esperienza è più piacevole

Partorire è doloroso. Ma, per quanto molte donne che conosco abbiano deciso a priori di sfruttare l’epidurale e mi abbiano spronata a fare lo stesso, l’ho sempre vista come un medicinale a cui fare ricorso solo in caso di vera necessità. Non perché la donna debba dimostrare la propria resistenza fisica, ma perché le doglie del parto sono messaggi che il nostro corpo ci manda per predisporci all’evento e indirizzarci nella sua conduzione. Possiamo scegliere di ignorarli, delegando ai “tecnici” (operatori e macchine) il monitoraggio dell’evoluzione del travaglio (che spesso ne risulterà rallentato, e anche questo è un non rispetto dei tempi); oppure coglierli per intraprendere le azioni più opportune. In questo secondo caso, è molto importante essere preparate, capire cosa sta succedendo o comunque aver fiducia nel proprio istinto; se sono paura e tensione a prevalere, infatti, i dolori saranno inutilmente più intensi. Nella mia testa, scegliere l’epidurale era come tapparmi le orecchie al richiamo dei miei figli, lasciando che fossero altri a rispondere. Per questo ne ho fatto a meno e posso testimoniare le sensazioni che si vivono nei due casi: il parto medicalizzato e il parto naturale. Nel primo (per quanto sia vero che ci si dimentica in fretta) il dolore è stato immensamente più intenso, lungo e costante, anche perché l’ossitocina sintetica non lascia spazio al recupero fisiologico; nel secondo, vi è stata una ritmica alternanza tra doglia e pausa e anche i picchi sono stati meno intensi, grazie al contesto che ha favorito un mio totale abbandono e apertura, e grazie all’acqua calda nella quale ero immersa. Anche questo non è scontato: a Novara ad esempio il parto in acqua non è contemplato e nell’ospedale più vicino che offre questo servizio esso non può essere garantito nel caso di parti che avvengano in contemporanea.

Il bambino nasce in condizioni migliori

Carola viene visitata dalla pediatra con il cordone ancora integro

Edoardo è nato con un tumore da parto, ovvero un’importante tumefazione dei tessuti molli del capo che si può formare soprattutto durante i parti operativi e che poi scompare spontaneamente; è stato addormentato quasi permanentemente nei primi giorni di vita. Carola invece è nata senza stress, in possesso di tutte le sue risorse fin dal travaglio, passando attraverso un canale da parto aperto grazie alla mia libertà di movimento e al mio totale abbandono; è stata subito sveglia, attenta e pronta alla relazione; la pediatra l’ha trovata estremamente tonica e colorita. L’approccio più naturale che abbiamo adottato con lei ci ha fatto anche propendere per il taglio ritardato del cordone: dopo la nascita della placenta, che in casa con le ostetriche avviene sempre in maniera spontanea, abbiamo scelto di tenerla attaccata per diverse ore per favorire un adattamento graduale alla vita extra-uterina e per passare tutta la sua riserva di cellule staminali. Sono piccole cose che possono apparire insignificanti, ma partorire in casa significa anche accogliere il bambino personalmente, già all’interno della famiglia, nel suo ecosistema umano, e fornirgli degli imprinting positivi. È vero che si sta in ospedale appena due giorni, e che passati i momenti più difficili c’è una vita davanti per recuperare… ma una nascita positiva permette di partire col piede giusto: l’allattamento è facilitato, mamma e bambino stanno meglio. Io adduco anche a questo l’estrema serenità di Carola.

Recenti ricerche forniscono convincenti prove che la salute di cui godiamo durante tutta la nostra vita è determinata in buona parte dalle condizioni del nostro sviluppo in utero. Il modo in cui siamo entrati nella vita rappresenta il fattore principale di come la viviamo.

Ognuno di noi, non solo le donne gravide, ha una responsabilità verso le generazioni non ancora nate, il cui nome non sappiamo e i cui visi non abbiamo visto, per assicurare che le loro vite siano il più possibile sane e gratificanti.

Peter Nathanielsz

Svantaggi

Ci sono anche degli aspetti negativi di cui tenere conto, nella scelta di partorire in casa.

Il primo è che, in caso di bisogno di cure mediche, va affrontato un trasferimento in ospedale, che può risultare faticoso non solo dal punto di vista fisico, ma anche per la possibile accoglienza conflittuale e punitiva del personale.

Il secondo è che il parto a domicilio bisogna pagarselo da soli.

Il terzo è che bisogna superare una serie di scogli soprattutto culturali: quasi tutti ti tratteranno come una pazza e cercheranno di dissuaderti.

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3. Il primo scoglio: la ginecologa che aveva seguito la prima gravidanza

La maggior parte delle donne, quando scopre di essere incinta, si affida al ginecologo. Anche io lo diedi per scontato, alla prima gravidanza. Mi feci seguire privatamente da una delle ginecologhe più rinomate sul territorio, effettuando con lei ecografie con cadenza mensile. Nonostante la disponibilità a investire in una prestazione ospedaliera a pagamento, però, non potei averla presente al parto, perché non lavorava in intramoenia. Mi affidò dunque a un altro medico a lei vicino, con il quale non mi trovai altrettanto bene.

Nei mesi e negli anni successivi, approfondii molte tematiche relative alla maternità, arrivando alla seconda gravidanza enormemente più consapevole. Consapevole sia della provata efficacia di aspetti che già avevo intuito e ricercato, come la continuità assistenziale; sia della presenza di linee guida internazionali, che individuano nell’ostetrica la figura di riferimento e quantificano in due il numero di ecografie indicate per la gravidanza fisiologica.

L’ostetrica è la figura assistenziale più efficace in termini di benefici e costi per la cura della gravidanza e del parto naturale, che comprende anche la valutazione del rischio e il riconoscimento di eventuali complicanze. L’assistenza dell’ostetrica abbassa il rischio di sviluppare complicanze, di subire interventi medici inappropriati e produce parti più sani per le donne e i loro bambini.

OMS 1996/2014

Il primo passo per riuscire ad applicare questi propositi non poteva che essere contattare un’ostetrica privata. Non ve ne sono molte disponibili nel contesto in cui viviamo, ma per fortuna mi trovai subito in sintonia con Virginia.

In questi mesi, più di una conoscente in dolce attesa mi ha scritto per sapere di lei, indecisa se ingaggiarla o meno perché non ancora sicura del luogo in cui partorire. Ma scegliere un’ostetrica per la gravidanza non significa necessariamente partorire in casa; significa aprirsi delle possibilità, oltre che seguire le raccomandazioni scientifiche.

E’ difficile fare questa scelta quando il resto della società pensa diversamente. Perché si pensa che l’ostetrica abbia un sottoinsieme delle competenze del ginecologo, quando in realtà i loro lavori sono complementari (al limite un po’ intersecati). Perché si pensa che alla fine è bello affidarsi a chi ha la strumentazione per farti vedere il fagiolino sullo schermo tutti i mesi, “che male potrà mai fargli, meglio un controllo in più che uno in meno”. Perché si pensa che è strano quando un’ostetrica viene a casa tua, anziché andare tu in ospedale o in studio.

Un po’ perché l’istinto mi diceva di provare un’altra strada, un po’ perché la razionalità mi diceva di fidarmi delle evidenze, decisi di chiamare Virginia e feci con lei la prima visita alla sesta settimana di gravidanza.

Con la ginecologa avrei effettuato le ecografie raccomandate. Così prenotai un appuntamento in studio verso la fine del primo trimestre, nel corso del quale spiegai alla dottoressa quel che avevo deciso, e lei sembrò capire.

Alla fine del terzo mese si effettua generalmente anche il test combinato in ospedale, per stimare il rischio che il feto presenti anomalie cromosomiche, e qualche giorno dopo seppi che quel rischio era risultato alto. Decisi così di approfondire con il test Harmony, che è un esame basato sull’analisi del DNA fetale libero circolante.

Avevo anche un’altra piccola preoccupazione dovuta al fatto che, in occasione di una colposcopia, in ospedale mi avevano suggerito di farmi prescrivere dalla ginecologa un tampone vaginale per sospetta candida.

Scrissi così alla ginecologa, allegando anche gli esiti degli esami del sangue che Virginia mi aveva prescritto.

La sua risposta mi fece capire che la mia decisione l’aveva in realtà toccata molto, che ci aveva pensato a lungo. Si sentiva in una posizione ambigua, non lavorando in team con l’ostetrica, ed era in imbarazzo professionalmente e umanamente. Praticamente mi liquidava dicendo che o la sceglievo nella completezza del suo ruolo, oppure avrei potuto rivolgermi ad altri.

Inutile dire che, nei giorni pieni di ansia che caratterizzavano l’attesa dei risultati del test, quella mail mi fece stare male e sentire abbandonata e confusa.

Avevo letto da poco un libro sulla comunicazione non violenta e così decisi di fare uno sforzo e andare oltre le parole. Le comunicai la mia difficoltà nel capire il confine tra l’ambito di competenza dell’ostetrica e quello della ginecologa, soprattutto in presenza di un’incertezza sullo stato di fisiologia/possibile patologia. Le esplicitai inoltre i miei bisogni, per capire insieme quali potessero essere le strategie per soddisfare sia i miei che i suoi.

Per fortuna, questa apertura aprì un canale di comunicazione sincero: mi invitò ad andare a trovarla e, qualche giorno dopo, con il sollievo di un esito rassicurante del test (si era trattato di un falso positivo!), ci chiarimmo di persona. Le dissi che non intendevo cambiare ginecologa, ma tipologia di assistenza: avrei proseguito il percorso con l’ostetrica ma avrei avuto piacere di fare privatamente con lei anche la morfologica, e di averla ovviamente come riferimento per qualsiasi complicazione. Dal canto suo, mi spiegò che conosceva bene il modello che volevo seguire e che non era contraria a priori: l’importante era che fossi pienamente consapevole e che facessi una scelta netta, perché – per l’organizzazione che abbiamo in Italia – un modello misto non è fattibile.

Carola come si presentava all’ecografia morfologica, a 20 settimane esatte di gestazione

Insomma, racconto questo episodio come uno scoglio perché è stato il primo momento di difficoltà dal quale ho imparato tre cose:

  1. non si può tenere il piede in due scarpe: il professionista che ha in carico la gravidanza è uno;
  2. la società dà per scontato che il ginecologo sia la figura di riferimento, per cui è importante andare oltre le parole (“chieda alla sua ginecologa”) e domandarsi attivamente chi sia responsabile e competente per l’esigenza specifica;
  3. le scelte fuori dal comune, per quanto razionali e supportate scientificamente, comportano grandi sforzi per essere perseguite.

Col senno di poi, posso dire che scegliere un’ostetrica per la gravidanza significa accogliere sul mezzo con cui stai viaggiando una persona competente ma che si fida di te e ti lascia alla guida; una persona che, a ogni incrocio, ti informa sul ventaglio di scelte a disposizione e ti aiuta a tirar fuori gli elementi importanti per decidere; una persona con cui non condividi solo la cartella clinica, perché ha imparato a capire il modo in cui guidi e il contesto che attraversi.

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4. Il secondo scoglio: la ginecologa che deve firmare il certificato per lavorare all’ottavo mese

Il pancione all’ottavo mese di gravidanza (31+6 settimane)

Venne il momento di comunicare all’INPS la mia volontà di lavorare ancora all’ottavo mese, in modo da fruire della maternità obbligatoria 1 mese prima della data presunta del parto e 4 mesi dopo (anziché 2 + 3), come era successo alla prima gravidanza.

A tal proposito, l’INPS ha bisogno del certificato del medico aziendale, che attesti che il tipo di lavoro svolto non comporta rischi per la salute di mamma e bambino, e del professionista che segue la gravidanza, che attesti un decorso fisiologico compatibile con l’attività lavorativa. Questo professionista non può essere un’ostetrica.

Poiché la mia ginecologa era fuori città e non volevo neanche coinvolgerla, visti i precedenti, in quello che era solamente un atto burocratico, presi mezza giornata di permesso e mi recai in consultorio.

Presentai alla ginecologa di turno l’attestato di buona salute rilasciatomi dall’ostetrica e lei mi domandò se per caso avessi litigato coi medici. Le spiegai che avevo optato per un percorso che fosse meno medicalizzato possibile e lei ribatté che, pur essendo un medico, non era certo solita proporre ecografie tutti i mesi; riconobbe comunque che avevo la facoltà di fare quel che volevo e che in effetti molti medici mantengono un profilo troppo tecnico e perdono il legame di fiducia coi pazienti.

“E quindi cosa vuole da me?”. Sottinteso: hai voluto l’ostetrica? fattelo fare da lei il certificato medico!

Trovo questo tipo di atteggiamento estremamente scorretto, perché non ha a che fare con una difficoltà oggettiva nell’espletare una richiesta, ma con una presa di posizione volta a screditare una scelta lecita.

Anche perché lei stessa aveva ammesso che neanche la mia ginecologa privata avrebbe potuto trasmettere quel certificato all’INPS, dal momento che possono farlo solo i medici convenzionati con il Sistema Sanitario Nazionale. L’attestato di salute di un’ostetrica valeva dunque meno di quello di un medico?

Evidentemente per lei sì, visto che mi chiese “come faccio a sapere che lei sta bene?”. Le risposi che poteva fidarsi dell’ostetrica oppure visitarmi. Disse che visitarmi non aveva senso, perché io avrei potuto non presentare anomalie quel giorno ma aver avuto un decorso problematico. Le mostrai allora la mia agenda di gravidanza e lei, per tutta risposta: “figuriamoci se adesso mi devo mettere a leggere tutta quella roba!”.

Insomma, alla fine leggiucchiò qualcosa qua e là e rise del fatto che Virginia avesse registrato osservazioni come “Anna si sente energica” o “Anna è un po’ preoccupata per il rapporto con i suoi genitori”. Quelle che facevano parte delle valutazioni complessive sulla mia persona per lei erano “chiacchiere”.

Il luogo in cui partorire dovrebbe essere scelto dalla donna, fatta salva la sicurezza per lei e per il suo bambino. Esistono molti studi scientifici che dimostrano come un luogo sicuro per partorire non sia necessariamente soltanto l’ospedale; nelle gravidanze a basso rischio anche una casa di maternità e lo stesso domicilio della donna, con l’assistenza di ostetriche esperte, rappresentano luoghi per partorire adeguati e sicuri. In Olanda vengono assistiti a domicilio il 32 per cento dei parti, mentre in Italia lo 0,2 per cento, e la mortalità neonatale nei due Paesi è praticamente equivalente (di poco superiore allo 0,3 per cento).

[…] I documenti dell’OMS invitano a occuparsi della nascita prendendo in considerazione, oltre agli aspetti sanitari, anche le componenti sociali, antropologiche, culturali ed etniche, nel rispetto delle credenze e delle tradizioni culturali e religiose delle singole famiglie. Anche il benessere psicologico ed emotivo della madre e della sua famiglia deve essere salvaguardato e deve essere integrato nel processo di cura. Affinché tutto questo possa realizzarsi pienamente, agli operatori sanitari devono essere offerti specifici programmi di formazione e di aggiornamento che favoriscono l’integrazione multidisciplinare. Questi documenti internazionali considerano la gravidanza, il parto e la nascita processi naturali, che nella maggioranza delle situazioni non richiedono interventi medici e che si basano sulle competenze già presenti nella madre, nel bambino e nella famiglia.

Volta, A. (2012), “Mi è nato un papà. Anche i padri aspettano un figlio”, Feltrinelli

Siccome avevo urgenza di portare a casa l’obiettivo, non la contraddissi ma diventai assertiva, e alla fine la spuntai. Ottenni il certificato per lavorare all’ottavo mese, senza osare chiedere ulteriori giorni; sarei infatti andata avanti anche per metà del nono, visto che la nuova legge lo consente e che io avrei potuto comunque riposarmi durante le chiusure natalizie, ma lei si era già espressa con un “cosa lavorate a fare un mese in più, statevene a casa!”, come se avere un mese in più dopo la nascita per allattare e accudire un bambino piccolissimo fosse cosa da poco.

Dopo questa concessione, si sciolse un po’ e sembrò prendermi in simpatia, parlandomi “come a una figlia”. Al racconto della mia prima esperienza di parto eccessivamente medicalizzato, avvenuto in ospedale in regime di libera professione, mi confermò che affidarsi al privato e in particolare a certi professionisti aumenta enormemente la probabilità di interventismo, anzi “è già andata bene che non siano passati in fretta al cesareo”.

Mi consigliò di partorire in ospedale come fanno tutte, da sola, perché anche un eventuale accompagnamento dell’ostetrica privata avrebbe potuto essere percepito dal personale come un’interferenza, dal momento che ci sono delle responsabilità in ballo e il livello di collaborazione dipende molto da chi c’è di turno; a Novara secondo lei il clima delle relazioni era pessimo.

Quando ventilai l’ipotesi di un possibile parto a casa, mi redarguì dicendomi di non essere così sicura di me, perché “anche una gravidanza perfetta può trasformarsi in una tragedia al parto”. Questo tentativo di smorzare la mia fermezza mi è arrivato da più parti, a dire il vero, ma ho sempre risposto che è proprio chi non è sicuro e ha tanti dubbi che vaglia diverse ipotesi, al contrario di chi si affida ciecamente al pensiero comune.

Infine, anziché lasciarmi con un messaggio incoraggiante, concluse con un “si è messa nei pasticci! avrebbe dovuto affidarsi a dei medici, ma scegliendoli meglio di come ha fatto la prima volta!”.

Tornai a casa da Leonardo con la sensazione di avere assistito a un pièce teatrale: non sapevo se ridere o piangere.

Ero demoralizzata nel rendermi conto del fatto che tutti i miei sforzi per far andare le cose al meglio venivano vanificati: la prima volta da un eccessivo interventismo che mi espropriava di un ruolo attivo e di un’esperienza positiva della nascita; la secondo volta dal pensiero dominante che minacciava di farmi avere contro le istituzioni nel caso in cui ne avessi avuto bisogno, se non le assecondavo fin da subito.

Quello fu il momento di sfiducia maggiore, in cui seriamente arrivai a pensare che fosse il caso di abbandonare ogni idea alternativa e fare come fanno tutti.

Per fortuna, parlare con Virginia, confrontarmi con le coppie del corso di accompagnamento alla nascita ma soprattutto andare a conoscere le ostetriche ospedaliere mi tolsero quei pensieri catastrofici dalla testa e mi riportarono sulla mia strada.

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5. Il terzo scoglio: l’assicurazione e il medico di famiglia

34+2 settimane: dobbiamo presentare la domanda alla Regione Piemonte entro la fine dell’ottavo mese!

Parliamoci chiaro: dopo i soldi spesi la prima volta per pagare la prestazione professionale di un’equipe che mi ha fatto vivere un parto inutilmente medicalizzato, il valore di questa seconda esperienza è inestimabile.

Tuttavia, fa rabbia pensare che una modalità tanto sobria di vivere la nascita sia disconosciuta e che la barriera economica si aggiunga a quella culturale.

Una visita con l’ostetrica in gravidanza mi è costata meno della metà di una visita con la ginecologa. Eppure, l’assicurazione sanitaria aziendale, che alla prima gravidanza aveva rimborsato all’80% tutte le visite mediche, ha respinto le fatture rilasciate dall’ostetrica

Ho reclamato, facendo presente che questa posizione è lesiva della libertà di scelta delle donne, poiché le indirizza verso un unico modello, disincentivando l’assistenza ostetrica che è quella più indicata per le gravidanze fisiologiche.

Accogliere le richieste di rimborso per visite effettuate dall’ostetrica, tra l’altro, darebbe un beneficio economico a entrambe le parti: l’ente non si accollerebbe il rimborso di costose visite mediche non necessarie (chi ha un’assicurazione tende a effettuarle privatamente) e le donne non si accollerebbero il 100% dei costi delle visite ostetriche (che, per come stanno le cose oggi, sono necessariamente private).

Mi hanno liquidata dicendo che avevo ragione, ma sul regolamento c’è scritto che non sono rimborsabili “visite ostetriche eseguite da ostetriche”: un paradosso.

Qualcuno ha obiettato che l’assicurazione rimborsa le sole visite effettuate da medici chirurghi specialistici perché si ha diritto a un contributo economico in presenza di patologie. Il che potrebbe anche essere coerente, se venissero applicate le linee guida per cui si ricorre al medico ginecologo in caso di gravidanze a rischio. Ma, considerando che in Italia è prassi farsi seguire da un medico ginecologo sempre e comunque, che l’assicurazione questo l’accetta e che la mia, nella fattispecie, rimborsa anche cure omeopatiche e termali… direi che si tratta proprio di discriminazione.

Fortunatamente, anche Leonardo ha un’assicurazione aziendale estesa all’intero nucleo familiare. Questa, ad esempio, ha riconosciuto le spese relative alla gravidanza a prescindere dal titolo del professionista, ma ci ha sorpreso per un altro aspetto. 

Secondo il regolamento, vi è un certo quantitativo di spesa che può essere rimborsato in occasione dell’evento nascita. Tale quantitativo aveva coperto parzialmente le spese del primo parto avvenuto in ospedale in regime di libera professione, e già allora ci eravamo stupiti del fatto che, in caso di taglio cesareo, il massimale fosse molto più alto; avrebbe coperto interamente le spese, per quanto esse stesse sarebbero state maggiori: un incentivo in più ai già abusati interventi medici (si stima che due cesarei su tre siano non necessari).

Ebbene, questo nostro evento nascita non rientrava né nella casistica di parto vaginale né nella casistica di taglio cesareo: il parto extra-ospedaliero semplicemente non esiste.

Così, dei quasi 3.000 euro spesi, l’unica copertura è avvenuta a opera della Regione Piemonte. La nostra regione, infatti, è tra quelle in Italia che offre maggiori possibilità su questo fronte: prevede un rimborso fino a un massimo di 930 euro.

Bisogna presentare domanda entro il compimento dell’ottavo mese di gravidanza. Lascio i riferimenti validi attualmente su Novara perché si tratta di una cosa talmente rara (un paio di richieste all’anno) che è veramente difficile trovare informazioni: ASL viale Roma, segreteria distretto Novara, palazzina A, ingresso 1, 1° piano stanza 27, ore 9:00 – 11:00.

Il bello di avere un’ostetrica dedicata è anche il fatto che si fa carico di buona parte della gestione burocratica, ma purtroppo non basta; tra i documenti da presentare, c’è anche il certificato sullo stato di salute rilasciato dal medico di famiglia.

E, anche in questo caso, il medico ha manifestato ostilità, rifiutandosi di firmare un documento necessario a portare avanti una scelta su cui non era d’accordo, col pensiero di prendersi la responsabilità di una gravidanza che non aveva seguito. Per fortuna, Virginia è intervenuta con calma e professionalità per spiegare che la gravidanza era in carico a lei, e che il medico di famiglia deve solo attestare che non vi siano altre patologie nella storia clinica della paziente.

Ancora una volta, la non conoscenza di un processo tanto valido quanto scarsamente promosso, ha creato difficoltà nella collaborazione tra professionisti, a scapito ovviamente della salute mentale della paziente.

Il fatto che la Regione Piemonte sostenga economicamente i parti domiciliari (che rappresentano un risparmio notevole per gli ospedali) è stata una buona argomentazione nei confronti di chi fino all’ultimo ha considerato la nostra scelta totalmente irrazionale.

I documenti per ottenere il rimborso possono essere inviati dopo il parto senza una scadenza precisa (si suggerisce entro la chiusura dell’anno fiscale) e la cosa positiva è che l’accredito avviene in maniera celere, nel giro di poche settimane.

Qualunque medico, ospedale o organizzazione medica che tenti di scoraggiare una donna a basso rischio dallo scegliere il parto in casa nega di fatto dei diritti umani fondamentali, non dà un’informazione completa e priva di pregiudizi e limita la libertà della donna rispetto alla scelta del luogo dove partorire.

Wagner, M. (2003), “Pesce non vede l’acqua”, D&D il giornale delle ostetriche

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6. Il quarto scoglio: parenti e amici

(34+3) È il momento di decidere: basta raccogliere opinioni, circondiamoci di persone che ci supportino

Per la maggior parte delle persone, il parto extra-ospedaliero è inconcepibile. Parenti, amici, colleghi e conoscenti si sono prodigati in racconti di parti molto problematici e giudizi di incoscienza. Alcuni me l’hanno detto direttamente, altri hanno espresso la propria disapprovazione a Leonardo; alcuni si sono ricreduti dopo l’esperienza meravigliosa che ho raccontato, altri sostengono ancora che “ci è andata solo bene”.

pregiudizi sul parto a domicilio si basano, almeno in parte, sull’idea che esso sia una regressione al passato. Ma c’è stato un tempo in cui il parto in ospedale era ben più pericoloso.

La prima ondata di ospedalizzazione si ebbe nella seconda metà dell’Ottocento, nata dal bisogno del medico di studiare il parto. In ospedale venivano mandate soprattutto le donne povere, spesso trascinate a forza, perché si sapeva che lì si moriva di più: i dottori praticavano le autopsie e, ancora ignari dell’esistenza dei batteri, non si lavavano le mani e trasmettevano le infezioni. 

La seconda ondata di ospedalizzazione si ebbe tra gli anni Venti e Quaranta. L’ostetricia era ormai diventata una disciplina scientifica, era stata riconosciuta l’importanza dell’asepsi per il parto e gli ospedali erano luoghi più sicuri, simbolo di progresso scelto soprattutto dalla classe media. In questo periodo, circa la metà delle nascite avveniva in ospedale, porzione che andò gradualmente aumentando fino a raggiungere la quasi totalità ai giorni nostri.

In concomitanza con questa tendenza, scendeva la mortalità perinatale e materna, grazie allo sviluppo scientifico e al miglioramento delle condizioni socio-economiche: il parto è diventato così più sicuro in tutti i luoghi

I miei genitori sono nati entrambi in casa negli anni Sessanta. A quel tempo, il parto a domicilio era una condizione d’obbligo nel contesto della campagna calabrese; l’assistenza era affidata a una levatrice che si recava dalla donna al momento del travaglio e poteva contare solo sulle proprie risorse. Quella di oggi, invece, è una scelta libera e consapevole, che si colloca in un percorso di assistenza continuativa dalla gravidanza al puerperio, si inserisce nel modello scientifico e fa affidamento al supporto medico in caso di complicazioni.

Il motivo per cui una donna come me oggi compie questa scelta non è tornare al passato, ma sfruttare i benefici delle nuove conoscenze scientifiche evitando i rischi di un’eccessiva medicalizzazione.

Questo nuovo concetto di parto a domicilio nacque proprio nel luogo e nel periodo in cui la medicalizzazione si fece più spinta, ovvero l’America degli anni Settanta. Il dibattito venne portato in Italia dalla traduzione del libro Riprendiamoci il parto (Lang, 1978), che un’amica speciale mi ha donato a inizio gravidanza. Il parto ospedaliero non è più, ovviamente, quello degli anni Settanta, ma anche il parto a domicilio ha subito un’evoluzione.

La maggior parte delle gravidanze è fisiologica e le nascite possono avvenire senza eccessiva medicalizzazione. In alcuni paesi con risorse medio-alte, la nascita fuori dall’ospedale è quindi tornata come alternativa al parto in ospedale. In Italia il tasso di natalità fuori dall’ospedale è basso. I risultati documentano, per la prima volta in Italia, che l’età avanzata, la multiparità, l’alto livello di istruzione, essere sposati e/o conviventi con un partner con un alto livello di istruzione e vivere in una piccola città sono fattori che aumentano la probabilità di avere una nascita a casa o in casa di maternità. I rischi di ospedalizzazione per le donne con gravidanze a basso rischio e i loro bambini, entro la prima settimana di parto, sono stati molto bassi (8 su 424 madri e 1 su 484 neonati). Il parto fuori dall’ospedale tra le donne con gravidanze a basso rischio è possibile e sicuro se è garantita un’appropriata assistenza.

M. Campiotti, et al. (2018), “Nascite a basso rischio programmate fuori dall’ospedale, in Italia”, disponibile al link http://www.nascereacasa.it/wp-content/uploads/2013/05/Mario-Negri-Ricerca-e-Pratica-2018.pdf

Una delle poche voci fuori dal coro è stata mia nonna che, in una lunga telefonata a ridosso del parto, mi lasciò una sensazione di sollievo nel dirmi: “Io ho fatto le prime tre figlie in casa, e all’epoca era una cosa strana e preoccupante quando una donna veniva portata in ospedale. Se ce l’abbiamo fatta noi in quelle condizioni, figuriamoci tu che sei assistita così bene, sai tante cose, abiti vicino all’ospedale!”.

È difficile portare avanti una scelta soggetta al pregiudizio di chi sta intorno. Occorre molta forza per affermarsi “contro” il gruppo sociale in cui si vive, perché ogni persona, oltre al bisogno di autorealizzazione, ha bisogno di appartenere a un gruppo.

Quando una cultura determina con forza cosa è sicuro, l’istinto gregario che è in noi si orienta verso questo messaggio, perché fare quello che la società ritiene giusto tranquillizza; andare controcorrente, invece, significa prendersi delle responsabilità e doversi giustificare nel caso in cui le cose non vadano come previsto.

Ma il senso di tranquillità indotto dal pensiero comune è illusorio, perché spesso va in conflitto con il senso di sicurezza interiore. La parte istintiva di noi, infatti, può sentirsi minacciata in un ambiente estraneo, e il conflitto genera ansia, paura, stress: tutte sensazioni controproducenti per un parto normale.

Se però la parte interna si esprime, entra in collisione con la cultura dominante e spesso anche con la famiglia di origine. Persino chi ha sempre fatto dell’importanza di distinguersi dal gregge il proprio mantra ha sentenziato sull’insensatezza del mio istinto.

Questo non significa che tutte le donne nel proprio intimo si sentano più sicure a partorire in casa, o che l’ospedale sia sempre un’esperienza che non mette a proprio agio. Le diverse opzioni esistenti potrebbero offrire alla donna una mediazione individuale; di certo, se si vuole vivere una maternità consapevole, è importante ricercare attivamente una conciliazione tra cultura e natura.

Andare contro la natura di solito non porta a grandi esiti, mentre la cultura si può cambiare, perlomeno quella del proprio ecosistema, circondandosi di persone in sintonia con le proprie sensazioni interiori e allontanando le persone discordanti.

Ecco perché, dopo una prima fase della gravidanza “divergente”, in cui ho cercato e ascoltato molti punti di vista, a un certo punto ho deciso di “convergere”, finalizzando la scelta e parlandone solo con chi sapevo che avrebbe avuto rispetto del mio sentire. Sono passata infatti per settimane molto dure, in cui vedere Virginia al weekend (per una visita o al corso di accompagnamento alla nascita) mi caricava positivamente, per poi arrivare al venerdì sfinita da una serie di commenti provenienti da colleghi, parenti, amici e chiunque intercettasse quello che stavo pianificando.

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7. Il quinto scoglio: la mia paura

Nell’alternarsi dei pensieri tra il “voglio regalare a me e Carola l’esperienza di nascita più bella” e il “ma che cavolo sto facendo, se qualcosa va male non me lo perdonerò mai”, partorire in casa è stata una scelta tutt’altro che scontata.

Ho una formazione tecnico-scientifica e cercavo nei numeri e nelle raccomandazioni degli enti più autorevoli la risposta alla domanda su cosa fosse meglio fare. Fino a scoprire che la nascita è un evento così complesso e così personale che non esiste una risposta univoca – né a favore dell’ospedale né a favore della casa – e che dunque, muovendomi entro le linee guida esistenti, avevo margine per stabilire io dove fosse quel “meglio” per me. 

La ricerca scientifica considera il parto a domicilio una scelta sicura almeno tanto quanto quella ospedaliera, se la donna lo sceglie in assenza di complicanze ostetriche manifeste ed è seguita in continuità dell’assistenza da un’ostetrica, la gravidanza è a termine, il bambino è in posizione corretta ed è disponibile un back up ospedaliero.

Ma, nonostante centinaia di studi rigorosi ne dimostrino i benefici, esiste anche un’esigua quantità di studi che rileva un lieve incremento della mortalità e organizzazioni come la SIN (Società Italiana di Neonatologia) che si sono espresse a sfavore.

L’idea che mi sono fatta è che gli esiti di un certo tipo di parto sono difficilmente sintetizzabili in statistiche puntuali.

Anche perché, nei paesi occidentali, la mortalità perinatale è scesa a un livello minimo che difficilmente potrà essere ulteriormente abbassato e, mentre il paradigma medico misura gli esiti tenendo conto solo di questo dato, ci sono in realtà molte altre variabili (anche qualitative) da considerare.

We previously concluded that risk of stillbirth, neonatal mortality or morbidity is not different whether birth is intended at home or hospital. Here, we compare the occurrence of birth interventions and maternal outcomes among low-risk women who begin labour intending to birth at home compared to women intending to birth in hospital.

[…] We found women intending to give birth at home compared to hospital were less likely to experience: caesarean section OR 0.58 (0.44,0.77); operative vaginal birth OR 0.42(0.23,0.76); epidural analgesia OR 0.30(0.24,0.38); episiotomy OR 0.45(0.28,0.73); 3rd or 4th degree tear OR 0.57(0.43,0.75); oxytocin augmentation OR 0.37(0.26,0.51) and maternal infection OR 0.23(0.15,0.35). Pooled results for postpartum haemorrhage showed women intending home births were either less likely or did not differ from those intending hospital birth [OR 0.66(0.54,0.80) and RR 1.30(0.79,2.13) from 2 studies that could not be pooled with the others].

[…] Among low-risk women, those intending to birth at home experienced fewer birth interventions and untoward maternal outcomes. These findings along with earlier work reporting neonatal outcomes inform families, health care providers and policy makers around the safety of intended home births.

A. Reitsma et al. (2020), “Maternal outcomes and birth interventions among women who begin labour intending to give birth at home compared to women of low obstetrical risk who intend to give birth in hospital: A systematic review and meta-analyses”, available at https://www.thelancet.com/action/showPdf?pii=S2589-5370%2820%2930063-8  

Per una donna senza patologie manifeste, vi sono molteplici opzioni ugualmente sicure dal punto di vista della sopravvivenza, ma che si differenziano per la qualità dell’assistenza e dell’esperienza. Non esiste un luogo migliore di un altro in assoluto: esiste il luogo migliore per noi.

Questo è uno dei benefici più importanti dell’avere accanto un’ostetrica in gravidanza: utilizza la maieutica per stimolare la ricerca e far trovare alla donna risposte dentro di sé. Nel mio caso, per capire quale fosse il luogo più adatto per avere il parto che volevo, ho ripercorso l’impatto che i fattori ambientali hanno (e hanno avuto, alla prima esperienza) sui processi fisiologici. Molti infatti pensano che partorire in ospedale o in casa comporti comunque lo stare entro quattro mura, con il vantaggio di avere gli strumenti per intervenire nel primo caso e nel secondo caso no. Non è così.

Il segreto di un parto fisiologico, senza troppi blocchi, è la possibilità di aprirsi senza inibizioni. Come è evidente anche per la sfera sessuale, l’ambiente influisce molto su questo. In base agli stimoli che arrivano al cervello, l’organismo reagisce diversamente: se prevale l’agitazione, il corpo si contrae, si chiude, si orienta all’esterno (per difendersi); se prevale la calma, il corpo si espande, si apre, si orienta all’interno (verso le proprie sensazioni).

Durante la gravidanza, sotto lo stimolo ormonale gradualmente prevale l’espansione, ma l’ambiente può favorire o inibire questo processo. L’ambiente include sia il contesto materiale sia quello umano e culturale, dunque le caratteristiche fisiche del luogo e le percezioni sensoriali, ma anche i messaggi verbali e non verbali che arrivano, il tipo di relazione con gli operatori e le persone presenti.

Se dall’ambiente provengono stimoli disturbanti o allarmanti, si può creare una situazione di stress che porta l’organismo alla contrattura e dunque il travaglio a fermarsi. Alla prima gravidanza, sono partita da casa dopo un’ora e mezza di contrazioni ravvicinate, ma una volta arrivata in ospedale le contrazioni sono cessate e questo ha fatto decidere al medico di intervenire pesantemente per accelerare il travaglio.

Viceversa, un ambiente intimo, il sostegno relazionale, empatico e affettivo favoriscono l’espansione e rendono più sicuro il parto.

Quale miglior ambiente del bagno di casa per favorire la calma, l’intimità, l’apertura?

Tra l’altro, non bisogna dimenticare che il bambino è parte attiva durante la nascita, e in quel momento la mamma è il suo ambiente che deve trasmettere sicurezza. A maggior ragione, dunque, sarebbe importante valorizzare il suo sentire, mentre – soprattutto da quando l’ecografia l’ha reso visibile – c’è stata una sorta di espropriazione medica del bambino: egli viene visto spesso come entità separata dalla mamma, e la mamma è considerata quasi “pericolosa” quando fa delle scelte women friendly. Sentire che qualcuno leggeva nella mia intenzione un egoismo che andava a scapito della sicurezza di Carola è stato doloroso e destabilizzante.

Il grande merito di Virginia, e successivamente anche di Federica, è stato quello di farmi superare le mie paure per avere il coraggio di ottenere quello che veramente volevo. Il suo commento dopo la nascita è stato infatti: “Ti sei finalmente espressa”.

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8. Alla fine ce l’ho fatta! Ecco come, nella pratica

Il piano del parto

Nel parto a domicilio è rara la necessità di ospedalizzazione, e nella maggior parte dei casi non si tratta di emergenze ma di trasferimenti di natura precauzionale o per arresti di travaglio; le ostetriche offrono assistenza di primo livello e il 112 è in ogni caso allertato.

Quando parlo della mia scelta, molte rispondono che non avrebbero mai potuto compierla, per tutta una serie di problemi vissuti che fanno sembrare l’ospedalizzazione inevitabile. In realtà, programmare una nascita a domicilio non coinvolge solo il dove, ma anche il come si arriva al parto: l’assistenza personalizzata di un’ostetrica durante la gravidanza permette di curare aspetti (ad esempio il corretto posizionamento) per i quali non è solitamente promossa un’adeguata prevenzione. Inoltre, molte emergenze derivano proprio dalla medicalizzazione (ad esempio induzioni che si concludono con dei cesarei).

Quando andammo a consultarci con le ostetriche ospedaliere, ci dissero che partorire a casa non era pericoloso, ma un eventuale spostamento non avrebbe dovuto abbatterci. Compiendo questa scelta, infatti, si investe così tanto che è difficile pensare di dover cambiare programma chiedendo aiuto a persone magari avverse. C’è spesso il giudizio “hai voluto rinunciare all’ospedale? adesso curati da sola!”. Ma il parto a domicilio non è rifiuto delle cure, bensì un percorso volto a massimizzare la probabilità che il processo si svolga in maniera fisiologica; l’ospedale è il luogo più sicuro per trattare eventuali deviazioni dalla fisiologia. Quindi, mi sono figurata il trasferimento non come un fallimento ma come una possibilità, che – vissuta all’interno di un percorso più lungo – sarebbe stata di certo appropriata nel caso specifico e non stabilita a priori.

Per fare in modo che questa (non auspicata) possibilità si realizzasse nel migliore dei modi, abbiamo messo nero su bianco le nostre preferenze attraverso un piano del parto. Mi domando come mai alla prima esperienza nessuno me ne avesse parlato: credo sia molto importante redigerlo, visto che chi assiste al parto in ospedale tipicamente non conosce la persona assistita.

Il meccanismo del parto non può essere migliorato, può solo essere disturbato.

Michel Odent

Parto in acqua e materiale occorrente

L’occorrente per il parto a domicilio predisposto da noi; i borsoni delle ostetriche contengono altro materiale sanitario eventualmente necessario

Ogni angolo della casa che faccia sentire a proprio agio può essere idoneo al parto. Personalmente ho scelto il bagno perché Leonardo e io l’abbiamo ristrutturato insieme con uno stile caldo che invita al relax, perché dotato di una grande vasca e perché più facile da pulire. Pensavo di dover portare in stanza anche un materassino o dei cuscini, invece non ho avuto necessità di uscire dalla vasca e alla fine non abbiamo sporcato praticamente nulla! Avevo riposto tutto il materiale in ceste e bacinelle ritirate sotto il mobile coi lavabi.

Il caso ha voluto che proprio la mattina del parto mi dedicassi alla pulizia di quella stanza, ma non è richiesta una disinfezione particolare, trattandosi di un luogo ad uso esclusivo della famiglia: “se ci faresti l’amore, allora puoi anche farci nascere tua figlia” mi aveva detto l’ostetrica. La vasca mi ha permesso di cambiare molte volte posizione in travaglio, sia durante le doglie che durante i momenti di rilassamento, e l’acqua calda ha lenito il dolore; ma, come spesso succede, per la fase espulsiva ho avuto l’istinto di riemergere e mettermi a carponi, per cui Carola non è nata in immersione ma appena fuori. Una mia zia nel sentire questo mi confessò che si era sempre domandata come si potesse partorire in acqua: serve una grande piscina in cui s’immerge anche il medico? In realtà, come scrive Verena Schmid: “Nell’acqua sei autonoma e partorisci da te. L’ostetrica è là che vigila, ma quasi mai c’è bisogno di un suo intervento attivo”.

Il pediatra e gli altri servizi cui provvedere privatamente

Alcune obiezioni mosse al parto a domicilio riguardano l’idea che non ci si possa accorgere di eventuali problemi del bambino; in realtà, il parto assistito prevede che il pediatra lo visiti entro 24 ore. Io desideravo che fosse la dottoressa di Edoardo a venire a casa. Quando ci eravamo conosciute, aveva stimolato il mio percorso di ricerca verso una nascita più rispettosa; le raccontai che avevo partorito “naturalmente” con lo scollamento delle membrane e tutto il resto, e mi rispose: “ma allora non è stato un parto naturale”. E lì capii la differenza tra parto naturale e vaginale, e presi consapevolezza del senso di fastidio che mi dava aver subito quello che avevo subito. Quando chiesi consiglio su come muovermi in un’eventuale nuova gravidanza, mi suggerì di valutare il parto a domicilio: è raro trovare un medico che lo promuova, e la cosa mi colpì. Anche se la dottoressa non era disponibile per una piena reperibilità, con il back-up di un paio di riferimenti di Virginia e Federica eravamo coperti, e alla fine ci è andata bene. Con la calma che una visita a domicilio offre, abbiamo potuto confrontarci su piccole scelte che in ospedale sono protocolli standard: ad esempio la possibilità di effettuare la profilassi antiemorragica attraverso la somministrazione orale della vitamina K, anziché con iniezione intramuscolare.

Lo screening metabolico neonatale invece è l’ostetrica stessa a effettuarlo. Ci sono 72 ore di tempo, e ce lo siamo preso tutto. Con Edoardo, in ospedale, avevo vissuto con disagio le visite al mattino presto, quando avremmo voluto riposare e invece dovevo inseguire per il corridoio l’infermiera che ci portava spedita verso il nido; ricordo la fatica sia fisica, dati i punti che dolevano, sia psicologica, perché prelevavano il bambino senza spiegarmi bene cosa gli avrebbero fatto. Con Carola, a casa, è stata tutta un’altra storia: Virginia e io eravamo sul divano, la bambina in braccio a me, lei le scaldava il piedino con un palloncino d’acqua calda e il mio seno era pronto a consolarla, entrambe eravamo intente a parlarle dolcemente per rendere la puntura meno traumatica possibile. Possono sembrare piccole cose, ma sono accortezze che valgono moltissimo.

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9. Riflessioni finali

Un po’ come in qualsiasi altra prestazione, per “performare” al meglio, anche durante il parto è importante che vi sia un senso di sicurezza interiore. Sentirsi sicure non significa avere la certezza che tutto andrà bene; ma sapere di essersi preparate fisicamente e mentalmente al meglio, e di aver creato il contesto più idoneo.

Le ginecologhe con cui sono entrata in contatto hanno costantemente cercato di distruggere il mio senso di sicurezza, fin da quando era solo un germoglio che voleva farsi spazio tra dubbi e difficoltà. Le ostetriche con cui sono entrata in contatto hanno costantemente cercato di capire cosa mi faceva sentire a mio agio e protetta, aiutandomi a creare quelle condizioni e valorizzando i miei punti di forza; si sono prese cura di quel germoglio.

È indicativo di due approcci completamente diversi, di cui ho trovato testimonianza anche sui libri.

Da una parte, la cultura del rischio, introdotta quando l’ostetricia è passata in mano ai medici ginecologi (che fino a pochi decenni fa erano per lo più uomini, quindi anche privi delle risorse endogene che rendono le donne competenti nel parto). Essa ha preso piede nel nostro contesto perché viviamo nel benessere: cerchiamo garanzie e non vogliamo responsabilità. Si delega la propria sicurezza a chi promette di salvarci dal rischio quando arriverà. Ma la delega e il controllo standardizzato su un evento dinamico, individuale, complesso e profondo come il parto distruggono le risorse endogene di donne e bambini, portando a un interventismo che prescinde dalla reale presenza di un problema.

Al contrario, l’approccio proposto dalle ostetriche nel percorso di nascita a domicilio comporta stare nel presente e cogliere la situazione con i propri sensi. Nel presente il bambino si manifesta, i bisogni concreti emergono e si cercano risposte specifiche e personalizzate.

Ovviamente, scegliere di stare nel presente comporta il dover subire le minacce dei più che invece nella cultura del rischio e nell’illusione della sicurezza sono immersi: “sarai responsabile tu… se succede qualcosa, la colpa è tua… ti prendi dei rischi, dal momento che c’è una via sicura…”.

Insomma, il paradosso è che la medicina garantista nega l’incertezza cercando di infondere insicurezza nella partoriente, mentre il paradigma ostetrico accetta l’incertezza e l’affronta rafforzando le risorse, dunque infondendo sicurezza nella partoriente.

Non è stato banale trovare la sicurezza dentro di me. Ho dovuto togliere un po’ di sovrastruttura e pregiudizio per uscire dalla logica comunemente adottata e immergermi nella mia situazione reale.

Alla fine, ho pensato che rinunciare al mio parto in casa sarebbe stato come rinunciare a un’esperienza di viaggio bellissima per il pensiero che, prendendo l’aereo, è più difficile reagire in caso di incidente rispetto al trovarsi su un’automobile, senza tener conto che gli incidenti automobilistici sono estremamente più frequenti. O come convincersi che il modo migliore per allungare la propria aspettativa di vita sia vivere in città accanto a un grande ospedale, senza tener conto del fatto che la vita in campagna è molto più sana e riduce fortemente la probabilità di aver bisogno di quell’ospedale. 

Ovunque conduca il proprio senso di sicurezza interiore, vorrei lasciare un messaggio di positività a tutte quelle donne che hanno vissuto un’esperienza di nascita non all’altezza delle aspettative:

La letteratura scientifica ci conferma che la soddisfazione dell’esperienza della nascita non è legata tanto alla modalità in cui avviene, ma alla misura in cui ti sei sentita partecipe, attiva. L’esperienza ti appartiene, comunque vada. Se incontri un vuoto, una mancanza, una frustrazione, dal vuoto puoi ripartire e trasformare ancora quello che chiede di essere trasformato. Spesso le spinte creative nascono dal vuoto.

Schmid, V. (2018), “Il parto in casa e in casa maternità. Criteri di qualità e sicurezza. I vantaggi di un parto fisiologico e consapevole”, Terra Nuova Edizioni

Con Edoardo ho provato il dolore dell’interventismo e il fastidio di essere espropriata della conduzione del momento nascita, ma ho avuto modo di recuperare subito dopo proprio grazie al fatto che quell’insoddisfazione mi aveva resa desiderosa di capire e vigorosa nel riaffermarmi alla guida: l’ho cresciuto come volevo io nonostante i luoghi comuni su vizi e indipendenza. Con Carola, il percorso è stato così arricchente e rinforzante che penso sarei stata soddisfatta anche fosse capitato un imprevisto, perché ho avuto la possibilità di scegliere tutto, e dunque avrei sicuramente avuto il meglio possibile per noi date le circostanze. Insomma, un po’ di fortuna non guasta, ma – se ci attiviamo – abbiamo un margine d’azione molto ampio per vivere una maternità come la vogliamo.

Carola, i suoi genitori e le sue ostetriche, la sua famiglia e la sua casa: un bellissimo modo di venire al mondo!

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2 risposte a "Ho partorito in casa, e non sono pazza"

  1. Grazie per questo prezioso e dettagliato racconto 💖
    Hai fatto una panoramica davvero straordinaria di quel mondo che tutti conosciamo ma di cui c’è poca consapevolezza rispetto a quello che come donne dobbiamo accettare o combattere.
    Condivido in pieno quello che hai scritto. Anch’io ho scelto di partorire in casa, ma dopo 2 tc, perché mi sono sentita più sicura lì. L’ostetrica è stata fondamentale in questo percorso di rinascita.
    Una gioia indescrivibile che si rinnova con il mio bambino che ora ha 3 anni.
    Grazie di cuore.
    Augurissimi famiglia 💖

    Piace a 1 persona

    1. Grazie a te Lisa per queste belle parole! Per quanto l’argomento attiri tante critiche, sento solo commenti meravigliosi da chi ha vissuto l’esperienza.
      Dopo due tagli cesarei poi deve essere veramente una vittoria immensa ♥️

      "Mi piace"

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