“Il mondo che vogliamo”: ecco perché la mia Carola si chiama così

Il mondo che vogliamo - Garzanti

Ad aprile 2019 sono rimasta incinta, e a luglio ho scoperto che aspettavo una femmina. Mentre per il primo figlio avevo le idee chiare sul nome (Edoardo era in cima alla lista staccando di un pezzo tutti gli altri), questa volta avevo in mente una rosa di preferiti che non si intersecava in alcun modo con quella di mio marito Leonardo.

La situazione sociale e politica mi preoccupava molto: il governo giallo-verde era in carica dalle elezioni di marzo 2018 e l’alleanza con la Lega aveva fatto fare una virata a destra al Movimento Cinque Stelle; il tema dell’immigrazione era sulla bocca di tutti, ma non per una preoccupazione comune sulle sorti di quei disperati che si imbarcavano in cerca di una vita migliore, bensì per un senso generale di insicurezza, di risentimento, di intolleranza nei confronti di esseri considerati pericolosi clandestini che arrivavano in grandi quantità per invadere l’Europa.

In questo clima di odio e indifferenza per la sofferenza altrui, in cui mi sorprendevo a scoprire anche tra le mie conoscenze molti sostenitori del governo, mi aveva molto colpito il gesto di Carola Rackete che, al comando della nave da salvataggio Sea-Watch 3, nel giugno del 2019 aveva deciso di forzare la chiusura del porto di Lampedusa pur di portare in salvo i 42 migranti a bordo, andando incontro all’arresto – per fortuna durato poco – con l’accusa di resistenza a una nave da guerra e tentato naufragio.

Poche settimane dopo veniva approvato definitivamente dal Senato il cosiddetto “decreto Sicurezza bis“, che regolamentava, tra le altre cose, la chiusura dei porti italiani alle navi delle ONG che soccorrevano i migranti e stabiliva aspre sanzioni in caso di forzatura del blocco.

Non era questo il mondo che volevo per i miei figli. Desideravo un mondo con più persone capaci di ribellarsi alle ingiustizie e agire con passione per il bene comune, invece di piegarsi alle regole che legittimano il benessere di pochi mettendo a tacere le coscienze.

La sera stessa in cui lessi dell’approvazione del decreto, proposi a mio marito di dare un nome, alla creatura che aspettavamo, che non fosse solo un bel suono, ma avesse un significato profondo. E fu così che la nostra attesa, segnata anch’essa nel suo piccolo da lotte e pregiudizi, prese il nome di Carola.

La mia Carola è venuta al mondo a gennaio 2020, proprio quando la Corte suprema di cassazione italiana stabiliva che il rilascio di Carola Rackete da parte del Gip era legittimo e che non avrebbe dovuto essere arrestata; nel frattempo anche il governo e il Ministro dell’Interno erano cambiati.

Ho acquistato il libro “Il mondo che vogliamo” quasi subito; avevo addirittura pensato di farne una bomboniera in occasione del Battesimo che poi abbiamo scelto di non celebrare. Per mesi però mi sono dedicata a letture relative alla maternità, alla puericultura, ai bambini; e così solo di recente l’ho ripreso in mano, e finito in pochi giorni.

Che cosa mi ha lasciato questo libro?

Innanzitutto, mi ha permesso di conoscere un pochino l’autrice del gesto che mi aveva ispirata, nella sua normalità e straordinarietà. Carola Rackete è una mia coscritta (classe 1988). Le notizie che erano circolate ai tempi la dipingevano come una ragazza benestante, colta e sfrontata; il nostro Ministro dell’Interno l’aveva definita “sbruffoncella” ed era addirittura stata criticata per non indossare il reggiseno. Nel libro scrive di provenire da una famiglia borghese e un tipico contesto da ceto medio. Ogni storia è unica e determina il modo in cui siamo, ma le differenze si appiattiscono quando ci si confronta con le situazioni drammatiche di certe parti del mondo. Non c’era alle spalle una particolare agiatezza, una forte educazione ambientalista o delle doti geniali. Carola Rackete aveva vissuto anche momenti di ristrettezza economica, momenti di incertezza riguardo al suo percorso formativo ed esperienze che le avevano più volte fatto cambiare idea su cosa volesse diventare “da grande”: scrive delle sue giornate passate davanti ai videogiochi, dei cambi di facoltà e di lavoro, della sempre maggior consapevolezza di volersi dedicare a un mestiere pratico che avesse a che fare con la natura. E quindi, a differenza di molti che l’hanno criticata, non ha aderito a un’ideologia, ma ha maturato sul campo la consapevolezza della necessità di intervenire a tutela del pianeta e delle popolazioni più povere. Da un punto di vista privilegiato, certo, che lei non nega, ma anzi usa per guardare a chi ha e può meno; e non “facendo beneficienza”, ma mettendoci il tempo, le energie, mettendo anche a rischio la propria libertà. Questo la distingue non solo dagli esponenti di destra che l’hanno additata come una criminale, ma anche da chi come me l’ha ammirata fin da subito: io provengo da un ceto sociale inferiore al suo, ho affrontato studi orientati più al business che all’ambiente e alla società, e ho maturato una sensibilità verso i temi dell’ecologia e dell’uguaglianza leggendo e riflettendo, come succede con una frequenza sempre maggiore tra i giovani della nostra generazione e di quelle successive. Quindi ho grande stima di chi dedica non solo interesse ma un coinvolgimento totale alla causa della convivenza sostenibile degli uomini tra loro e con la natura.

Il libro di Carola Rackete mi ha permesso inoltre di ripercorrere gli eventi a bordo della Sea-Watch 3 da un punto di vista interno, arricchito di dettagli che fanno visualizzare nella loro concretezza gli accadimenti che i media hanno riportato sulla base dell’accesso alle informazioni che hanno avuto, del taglio che hanno scelto di dare e comunque sempre con un focus sulla capitana-protagonista che agisce per conto di una generica massa di migranti. Carola Rackete invece nomina e descrive i singoli membri dell’equipaggio; riporta le loro storie, osservazioni e relazioni; descrive le sensazioni di tensione, di incertezza e (raramente) di gioia vissute dai passeggeri in quei giorni. In particolare, il suo racconto trasmette la contrapposizione tra la stazionarietà della nave, l’immobilismo della politica, il trascorrere del tempo senza che niente muti, da una parte; e, dall’altra, il nervosismo a bordo, l’affollarsi dei pensieri e delle persone, il darsi da fare per gestire una situazione che richiederebbe risposte mirate a storie complesse e invece riesce a malapena a garantire la sopravvivenza. La maggior parte di noi è abituata ad avere cibo in tavola, a condividere il bagno con pochi membri della famiglia, a tenere i propri figli al sicuro, a tirar fuori la tessera sanitaria per farsi curare; se qualcuno di questi diritti non è garantito, giustamente ci si indigna e lamenta, perché si tratta di bisogni primari la cui soddisfazione dovrebbe essere scontata. Eppure, vi è una parte della popolazione per cui gli stranieri non sono persone in cui riconoscersi: non solo non li si aiuta, nemmeno si sente il loro disagio, addirittura si nega la necessità di assistenza; va bene che stiano ammassati sotto il sole con un passato doloroso e un futuro incerto, in fondo è come se stessero facendo una piccola crociera, ricevono pure i viveri senza lavorare… chi di noi non prenderebbe il loro posto? Ci si pulisce la coscienza mettendo l’obbedienza agli ordini prima del rispetto della vita. Si tiene una posizione che lede i più basilari diritti umani pur di mostrarsi duri di fronte all’opinione pubblica.

Ma l’obiettivo ultimo de “Il mondo che vogliamo” non è farsi conoscere o raccontare la propria versione dei fatti; il messaggio che il libro lancia, la sensazione che rimane addosso al lettore è il senso d’urgenza. L’urgenza di adoperarsi attivamente affinché l’attuale sistema di sfruttamento delle risorse del pianeta cambi rotta e si raggiunga uno stile di vita sostenibile per tutti. Perché siamo arrivati a un punto di non ritorno e gli effetti nefasti del consumismo, dell’inquinamento, del cambiamento climatico, che toccano dapprima le popolazioni del Sud del pianeta, raggiungeranno presto anche noi: sia direttamente, perché le risorse non sono infinite; sia indirettamente, perché le popolazioni afflitte inevitabilmente migrano, cercando rifugio laddove c’è ancora benessere e alimentando la tensione sociale. Quando si parla del “problema dei migranti”, c’è chi ricerca la soluzione negli accordi internazionali che ripartiscano gli oneri tra gli Stati, c’è chi propone di “aiutarli a casa loro” con modalità e risorse non meglio specificate. Mentre nel sentire comune questo problema è completamente disaccoppiato da quello del cambiamento climatico, Carola Rackete va alla radice, citando tutta una serie di pratiche operate in una parte del mondo che hanno portato disastri nell’altra. Per cambiare le cose, è importante mettersi in discussione sia a livello individuale, sia fare gruppo e creare movimenti che siano più attivi e propositivi di chi governa dall’alto. E’ difficile, infatti, che le soluzioni arrivino dalla politica o dalle imprese: esse c’illudono che la crescita e la sostenibilità possano andare di pari passo, promuovendo un consumo “green” che però è pur sempre un consumo. La tecnologia non è risolutiva se non è accompagnata da un cambiamento culturale e comportamentale: le auto elettriche che sostituiscono le auto a combustione, ad esempio, porteranno a un altro tipo di sfruttamento, se non cambierà il modo di spostarsi delle persone.

Io non so quale sarà il mio prossimo passo. A livello individuale e familiare, abbiamo ridotto i consumi (ad esempio acquistiamo pochi vestiti nuovi e ci regaliamo per lo più esperienze) e adottato pratiche sane (ad esempio utilizziamo pannolini, assorbenti e tovaglioli lavabili, e mangiamo poca carne). Ma queste riflessioni mi hanno messo dentro un tarlo, la sensazione di dover re-indirizzare ulteriori risorse (ad esempio il tempo lavorativo, che attualmente dedico al profitto di una multinazionale) verso un obiettivo più grande: “una società in cui benessere significhi semplicemente che tutti stanno bene“. Per fortuna, ho una Carola con me che mi ricorda qual è la direzione verso cui tendere per vivere il mondo che vogliamo.

English version

In April 2019 I got pregnant, and in July I found out I was expecting a girl. While for the first child I had clear ideas about the name (Edoardo was at the top of the list, breaking off all the others), this time I had in mind a list of favorites that did not intersect in any way with that of my husband Leonardo.

The social and political situation worried me a lot: the yellow-green government had been in office since the elections of March 2018 and the alliance with the Lega had made the Movimento Cinque Stelle make a right turn; the issue of immigration was on everyone's lips, but not because of a common concern about the fate of those desperate people who embarked in search of a better life, but because of a general sense of insecurity, resentment, intolerance towards beings considered dangerous illegal immigrants who arrived in large numbers to invade Europe.

In this climate of hatred and indifference for the suffering of others, in which I was surprised to discover even among my acquaintances many supporters of the government, I was very impressed by the gesture of Carola Rackete who, in command of the rescue ship Sea-Watch 3, in June 2019 had decided to force the closure of the port of Lampedusa in order to rescue the 42 migrants on board, facing arrest - fortunately for a short time - on charges of resisting a warship and attempted shipwreck.

A few weeks later the so-called "decreto Sicurezza bis" was definitively approved by the Senate, which regulated, among other things, the closure of Italian ports to NGO ships rescuing migrants and established harsh sanctions in case of forcing the blockade.

This was not the world I wanted for my children. I wanted a world with more people capable of rebelling against injustices and acting with passion for the common good, instead of bowing to the rules that legitimize the well-being of a few by silencing consciences.

The same evening when I read of the approval of the decree, I proposed to my husband to give a name, to the creature we were waiting for, which was not only a beautiful sound, but had a profound meaning. And so it was that our expectation, also marked in its small way by struggles and prejudices, took the name of Carola.

My Carola came into the world in January 2020, just when the Italian Supreme Court of Cassation ruled that the release of Carola Rackete by the investigating magistrate was legitimate and that she should not have been arrested; in the meantime, the government and the Minister of the Interior had also changed.

I bought the book "Il mondo che vogliamo" almost immediately; I even thought of making it a favor on the occasion of Baptism which we then chose not to celebrate. For months, however, I devoted myself to readings relating to motherhood, childcare, children; and so only recently I took it back in my hand, and finished in a few days.

What did this book leave me?

First of all, it allowed me to get to know a little the author of the gesture that had inspired me, in its normality and extraordinary nature. Carola Rackete is a conscript of mine (born in 1988). The news that had circulated at the time portrayed her as a wealthy, cultured and brazen girl; our Minister of the Interior had called her a "sbruffoncella" and had even been criticized for not wearing a bra. In the book he writes that he comes from a middle-class family and a typical middle-class background. Each story is unique and determines the way we are, but the differences flatten out when confronted with the dramatic situations of certain parts of the world. There was no particular wealth behind it, a strong environmental education or genius skills. Carola Rackete had also experienced moments of economic hardship, moments of uncertainty regarding her educational path and experiences that had repeatedly made her change her mind about what she wanted to become "when she grew up": she writes about her days spent in front of video games, about changes in faculty and work, of the increasing awareness of wanting to devote herself to a practical profession that had to do with nature. And therefore, unlike many who have criticized her, she has not adhered to an ideology, but has gained awareness in the field of the need to intervene to protect the planet and the poorest populations. From a privileged point of view, of course, which she does not deny, but rather uses to look at those who have and can less; and not "doing charity", but putting the time and energy into it, also putting her own freedom at risk. This distinguishes her not only from the right-wing exponents who pointed her out as a criminal, but also from those who, like me, admired her right away: I come from a lower social class than hers, I have dealt with studies oriented more to business than to the environment or to society, and I have developed a sensitivity towards the themes of ecology and equality by reading and reflecting, as happens with an ever greater frequency among the young people of our generation and of the following ones. So I have great esteem for those who dedicate not only interest but total involvement to the cause of the sustainable coexistence of men with each other and with nature.

Carola Rackete's book also allowed me to retrace the events aboard the Sea-Watch 3 from an internal point of view, enriched with details that show in their concreteness the events reported by the media on the basis of access to information they have had, of the cut they have chosen to give and in any case always with a focus on the captain-protagonist who acts on behalf of a generic mass of migrants. Carola Rackete instead names and describes the individual crew members; reports their stories, observations and relations; describes the feelings of tension, uncertainty and (rarely) joy experienced by the passengers in those days. In particular, her story conveys the contrast between the stationarity of the ship, the immobility of politics, the passing of time without changing anything, on the one hand; and, on the other, the nervousness on board, the crowding of thoughts and people, getting busy to manage a situation that would require targeted responses to complex stories and instead can barely guarantee survival. Most of us are used to having food on the table, to sharing a bathroom with a few family members, to keeping our children safe, to taking out our health card to be treated; if any of these rights are not guaranteed, we are rightly indignant and complaining, because they are basic needs whose satisfaction should be taken for granted. And yet, there is a part of the population for whom foreigners are not people to identify with: not only do they not help them, they do not even feel their discomfort, they even deny the need for assistance; it's okay that they are huddled under the sun with a painful past and an uncertain future, after all it is as if they were taking a small cruise, they also receive food without working ... which of us would not take their place? We cleanse our conscience by putting obedience to orders before respecting life. A position is held that infringes the most basic human rights in order to be harsh in the face of public opinion.

But the ultimate goal of "Il mondo che vogliamo" is not to make herself known or tell her own version of events; the message that the book launches, the feeling that remains on the reader is the sense of urgency. The urgent need to actively work so that the current system of exploitation of the planet's resources changes direction and a sustainable lifestyle for all is achieved. Because we have reached a point of no return and the harmful effects of consumerism, pollution, climate change, which first affect the populations of the South of the planet, will soon reach us too: both directly, because the resources are not infinite; and indirectly, because the afflicted populations inevitably migrate, seeking refuge where there is still well-being and feeding social tension. When we talk about the "problem of migrants", there are those who seek the solution in international agreements that share the burdens among the States, there are those who propose to "help them at home" with unspecified methods and resources. While in common opinion this problem is completely decoupled from that of climate change, Carola Rackete goes to the root, citing a whole series of practices operated in one part of the world that have led to disasters in the other. To change things, it is important to question oneself both individually and as a group and create movements that are more active and proactive than those who govern from above. In fact, it is difficult for the solutions to come from politics or from businesses: they delude us that growth and sustainability can go hand in hand, promoting "green" consumption which is nonetheless a consumption. Technology is not decisive if it is not accompanied by a cultural and behavioral change: electric cars that replace combustion cars, for example, will lead to another type of exploitation, if it does not change the way people move.

I don't know what my next step will be. On an individual and family level, we have reduced consumption (for example we buy few new clothes and we mostly give ourselves experiences) and adopted healthy practices (for example we use washable diapers and sanitary napkins, and eat little meat). But these reflections have put a seed into me, the feeling of having to redirect additional resources (for example the working time, which I currently dedicate to the profit of a multinational) towards a greater goal: "a society in which well-being simply means that everyone is fine ". Luckily, I have a Carola with me who reminds me which direction to go in order to experience the world we want.

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