Travaglio e parto: info del corso ed esperienza personale

“Esiste un beneficio psicologico straordinario nell’appartenere a un gruppo di donne che hanno storie positive da raccontare sulla loro esperienza di parto” (Ina May Gaskin, La gioia del parto)

Tre cose da non fare quando si avvicina la data presunta del parto

  1. Bere olio di ricino con succo di frutta: è vero che induce il parto, ma rischia di far emettere feci al bambino mentre è ancora dentro l’utero.
  2. Assumere zuccheri prima del tracciato: è vero che in questo modo il tracciato dura meno, ma non è attendibile perché è come se il bambino fosse “dopato”; bisogna invece mantenere le abitudini alimentari solite.
  3. Seguire le schede che fanno contare i movimenti del bambino: la letteratura più accreditata sostiene che la mamma è in grado di riconoscere le variazioni nei movimenti; tenendo conto del fatto che, man mano che si va avanti, i movimenti perdono di ampiezza ma mantengono la forza, la mamma dovrebbe essere in grado di registrare variazioni sia in difetto che in eccesso (non è vero, infatti, che se il bambino si muove tantissimo va sicuramente tutto bene).

Segnali che annunciano il travaglio imminente

  • Rottura delle membrane
  • Perdita del tappo mucoso (sostanza gelatinosa che chiude il collo dell’utero)
  • Dolore simile a quello delle mestruazioni
  • Dolore alle ossa (il bacino diventa più flessibile)
  • Sogni ricorrenti (quest’ultimo segnale sembra avere poco di scientifico, ma molte donne sostengono che, in prossimità del parto, si sogna di più)

La rottura delle membrane è l’unico caso in cui è bene recarsi in ospedale entro un paio d’ore anche se il travaglio non è ancora iniziato. Infatti, la rottura delle membrane normalmente dovrebbe verificarsi quando il travaglio è già iniziato: il collo uterino si dilata e le membrane sono sottoposte alla tensione indotta dalle contrazioni e dalle spinte del feto; a volte però può succedere che si verifichi prima che le contrazioni si siano avviate. In questo caso la donna viene ricoverata perché l’integrità delle membrane amniotiche garantisce la sterilità dell’ambiente endouterino mentre, con la loro rottura, la cavità amniotica può essere colonizzata da microrganismi patogeni che potrebbero, dopo diverse ore, causare infezioni. La rottura del sacco può avere effetti diversi a seconda della posizione: è molto evidente se si rompe in basso, lo è meno se si rompe in alto. Per riconoscere la rottura del sacco, si può prestare attenzione ad alcuni elementi: se si svuota la vescica, ci si distende e si hanno poi delle perdite, è perché si è raccolto del liquido amniotico; se è tinto (opaco, verdastro o quasi nero, con una consistenza poco fluida), non ci sono dubbi; si può anche sentire l’odore, più simile a quello del liquido seminale che della pipì.

Il segnale che il momento si stava avvicinando fu per me l’aver iniziato a perdere il tappo. La mattina di giovedì 2 marzo mi svegliai alle 5 per fare pipì e notai delle perdite di muco e sangue. Tornai a letto e dormii fino alle 7. Leonardo decise di anticipare la giornata di smart working pianificata per il giorno seguente per stare a casa con me; era particolarmente eccitato. Dopo una colazione abbondante (volevo essere carica nel caso in cui il travaglio partisse), fui felice di riuscire ad andare in bagno, perché l’ostetrica ci aveva detto che durante il parto può capitare di fare la cacca se non ci si è liberati di recente. Oltre a tenere aggiornati mia madre e i miei fratelli sul gruppo Whatsapp “Famiglia in attesa del nipote”, inviai un SMS alla ginecologa che mi aveva seguita durante la gravidanza e al marito, che avrebbe dovuto assistermi al parto. Avevamo infatti deciso di partorire all’Ospedale Maggiore della Carità di Novara ma tramite la Casa di Cura, per poter avere la camera privata che ospitasse anche il papà; il “pacchetto” comprendeva la scelta di un’ostetrica e un ginecologo dedicati e, non lavorando intramoenia, la dottoressa mi aveva affidata al marito. Dopodiché feci un lungo bagno.

La maggior parte delle donne trae immediato sollievo dal dolore attraverso l’idroterapia poiché stare nell’acqua è calmante e rilassante. Infatti è difficile rimanere tese mentre ci si trova in acqua. L’acqua aiuta la donna a entrare in uno stato meditativo che favorisce un travaglio efficace. (Ina May Gaskin, La gioia del parto)


Le contrazioni

Già dalla 30a settimana di gestazione possono presentarsi delle contrazioni, cosiddette “di Braxton Hicks“: si tratta di contrazioni fisiologiche che non modificano la cervice uterina, ma possono dipendere da sollecitazioni dovute a movimenti decisi del bambino; queste contrazioni sono sporadiche e indolori (si avverte solo un indurimento della pancia).

Può capitare, al termine di una giornata impegnativa o di un’attività stancante, di percepire alcune contrazioni fastidiose che poi cessano spontaneamente: in questo caso le contrazioni possono essere un segnale del corpo che chiede alla donna di riposarsi.

Quando la data presunta del parto è vicina, dalla 37a settimana di gestazione, possono presentarsi invece contrazioni dolorose (il dolore è sempre speculare alla contrazione), che non segnano ancora l’avvio del travaglio, ma preparano l’utero per il parto: per partorire, infatti, il collo dell’utero deve ammorbidirsi, centralizzarsi e dilatarsi.

Il travaglio di parto inizia veramente quando le contrazioni diventano regolari e aumentano nel tempo in intensità, durata e frequenza.

  • Intensità
    La contrazione ha un andamento a campana: parte da un tono dell’utero pari a zero, l’intensità aumenta e c’è di nuovo assenza totale di dolore alla fine. Nell’acme, la donna potrebbe avere un comportamento selvaggio e la sensazione di non farcela per il dolore intenso. In questi momenti si è immerse nei propri limiti, ma è importante ricordare che il dolore del parto non è assimilabile a qualcosa di patologico, che consuma: ogni contrazione restituisce la donna uguale a prima; fa male, ma non del male, dunque non bisogna temerla.
  • Durata
    In travaglio attivo, la contrazione dura circa 50-60 secondi, la pausa dura circa 2-3 minuti; è importante quindi ricordare che la durata delle pause è maggiore della durata delle contrazioni, e questo tempo va sfruttato per recuperare.
  • Frequenza
    Se si è in attesa del primo figlio, è il momento di recarsi in ospedale quando le contrazioni hanno una frequenza di 5 minuti, una durata di almeno 30 secondi e sono regolari da almeno 1 ora e mezza (dal secondo figlio in poi il travaglio è tipicamente più veloce, quindi non bisogna aspettare così tanto).

Il parto spesso causa dolore – almeno la prima volta – ma […] è un tipo di dolore differente da ogni altro tipo di ferita. Quando ci si ferisce e si sente dolore, il messaggio del dolore è: “Vattene via!” oppure “Difenditi, sei stato colpito”. Questo è un tipo di informazione legata all’istinto di sopravvivenza. Il messaggio mandato dal dolore del parto è completamente differente. Dice: “Rilassa i tuoi muscoli pelvici. Lasciati andare, arrenditi. Segui la marea, non combatterla perché è più grande di te”. (Ina May Gaskin, La gioia del parto)

Per tutta la giornata di giovedì 2 marzo, le contrazioni furono abbastanza sopportabili, simili ai dolori mestruali e ai dolori che avevo provato, due anni prima, nel corso di un aborto spontaneo. Ma notavo che si andavano via via ravvicinando. Alle 17 arrivavano ogni quarto d’ora circa. Leonardo e io andammo a letto, decisi a non farci prendere dall’agitazione che porta a recarsi in ospedale prima del tempo; lo avvisavo ogni volta che il dolore iniziava, in modo che potesse contare i minuti. Tra mezzanotte e mezza e le due, le contrazioni continuarono ad arrivare ogni 5 minuti, così – come da indicazioni – decidemmo di andare. Ricordo che, mentre alcune sere facevo fatica a prendere sonno al pensiero di come si sarebbe svolto il parto, quella notte ero positivamente emozionata, allegra e carica: al momento di vestirmi, con l’aiuto di Leonardo, scherzai con lui sul fatto che era inconcepibile indossare dei calzini con scritto un giorno della settimana diverso da “Friday”, e me li feci cambiare. Dopo il monitoraggio (ero contenta che di notte la situazione fosse tranquilla), la ginecologa di turno mi visitò e notò un collo dell’utero morbido e appianato, anche se ancora posteriore, per questo decise di ricoverarmi. Lei e l’infermiera non riuscivano a capire, però, se il sacco amniotico si fosse rotto, dal momento che avevo delle perdite ma in quel momento non erano disponibili i test. Il non essere rispedita a casa mi dava fiducia nel fatto che stessimo facendo le cose giuste; volli subito comunicarlo all’ostetrica del corso di accompagnamento alla nascita. I miei medici furono avvisati e ci fu assegnata la camera numero 1, dove attesi Leonardo – che nel frattempo era andato a parcheggiare in un posto “non temporaneo” – nella posizione che più mi aiutava a sopportare il dolore, ovvero in piedi appoggiata alla sedia.

[continua]


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